sabato 24 dicembre 2016
Il figlio ha raccontato di compagni di scuola affamati e senza soldi. E i genitori li hanno invitati a merenda e poi a cena. La voce si è sparsa rapidamente
Ragazzi americani disagiati condividono il pasto (foto di archivio)

Ragazzi americani disagiati condividono il pasto (foto di archivio)

Kathy Fletcher e David Simpson farebbero di tutto per il figlio Santiago. Anche accogliere a casa decine di adolescenti che non conoscono. Fino a un paio d’anni fa, in realtà, la coppia di Washington si limitava a rispondere ai bisogni materiali del figlio e ad incoraggiarlo a crescere «sicuro e libero di sognare, di fare errori, di imparare ad amare se stesso e gli altri», spiegano. Niente di eccezionale, si dicevano, né più né meno di quello che fa la maggior parte dei genitori americani. Poi Santiago ha cominciato tornare da scuola parlando di compagni di scuola cronicamente assenti o in ritardo.

Che si presentavano in classe affamati e senza soldi per la mensa, o con gli zaini vuoti. Ha detto ai suoi genitori che il sostegno di una famiglia stabile era un lusso sconosciuto per molti all’istituto superiore pubblico che frequentava. Kathy e David gli hanno risposto con semplicità: «E tu invitali a merenda, o a fare i compiti, o a cena! ». La voce si è sparsa rapidamente. La porta dei Simpson, una volta aperta, si è dovuta spa- lancare. I genitori hanno assecondato lo spirito generoso del figlio fino a trovarsi seduti a tavola con due o tre ragazzi per sera, attratti dal calore della loro famiglia come falene alla luce.

Di fronte “all’invasione”, la coppia ha cercato di formalizzare le cose: la loro cucina sarebbe stata disponibile a tutti il giovedì sera. Dopo qualche settimana ai giovedì si sono aggiunti i venerdì. Poi qualcuno ha cominciato a fermarsi a dormire.

Ora David ha deciso di lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno a tutti gli adolescenti che suonano il suo campanello non solo in cerca di un pasto caldo, ma anche di un tetto sicuro. Quattro di loro da qualche mese si sono trasferiti nella loro tavernetta. Kathy e David non hanno rinunciato del tutto all’organizzazione, però, e hanno messo per iscritto alcune regole, stampate su un cartello in ingresso: «Tratta gli altri vorresti essere trattato – elenca Kathy –; rispetta te stesso e i padroni di casa; fidati degli altri e sii degno di fiducia; dì la verità; assumi la responsabilità delle tue azioni. E niente cellulari a tavola!». L’esperimento della famiglia di Washington era cominciato prima della campagna elettorale, ma nell’ultimo anno si è rivelato un antidoto potente ai veleni e alla volgarità della corsa alle presidenziali. «Un modo di dimostrare ai giovani la forza dei valori di inclusione e solidarietà che hanno fatto grandi gli Stati Uniti d’America », spiega David, che è bianco e che sottolinea come la maggior parte dei ragazzi che compaiono regolarmente nella loro cucina siano afroamericani o provengano da famiglie immigrate. «Io e Kathy non ci sostituiamo alle loro madri o ai loro padri – precisa – cerchiamo solo di dare quello che i loro genitori sono incapaci di fornire, per una miriade di ragioni». Che vanno dalla povertà alla disoccupazione, dalla violenza sessuale alla tossico- dipendenza. «Ci siamo accorti che se per Santiago era scontato sedersi ogni sera a tavola con la sua famiglia – aggiunge Kathy – per molti di questi ragazzi è un’esperienza nuova». E allora oltre al pollo arrosto e all’insalata la coppia serve anche abbondanti porzioni di ascolto. «A cena facciamo il giro del tavolo, e ognuno deve dire qualcosa su di sé o sulla sua giornata – dice Kathy –. E tutti devono ascoltare con rispetto, perché siamo tutti impegnati a prenderci cura gli uni degli altri».

Ora che il loro ragazzo si sta avvicinando all’università, mamma e papà si sono accorti di quanto sia decisivo l’aiuto di un adulto nella scelta della facoltà giusta o nella presentazione di una domanda di borsa di studio. E hanno reclutato amici e volontari per dare lo stesso tipo di assistenza ai compagni di Santiago.

«Sentire ragazzi cresciuti con poche speranze per il futuro parlare di università, vederli realizzare il loro potenziale è un dono enorme per la nostra famiglia – dice David –: è il regalo più grande che possiamo fare a nostro figlio».

(2. Continua)

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