martedì 6 novembre 2012
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Un bilancio quantomeno in chiaroscuro quello del primo quadriennio di Barack Obama, l’interpretazione del quale deve cercare di liberarsi di due effetti distorcenti di natura opposta. Da un lato quello di confrontare i risultati effettivi conseguiti dalla prima amministrazione Obama con le gigantesche aspettative che avevano salutato (e consentito) l’elezione del primo presidente afroamericano quattro anni fa. Oggi, proprio i suoi più ferventi sostenitori di allora sono i più tiepidi e i più delusi. Avevano proiettato innanzitutto i propri sogni e le proprie aspirazioni sul giovane senatore dell’Illinois e, ovviamente, la realtà è sempre ben diversa e peggiore dalle illusioni. Dall’altro quello di valutare il quadriennio uscente alla luce di quello che molti temono potrebbe essere l’esito di un (futuro e ipotetico) quadriennio presidenziale di Mitt Romney. Il profilo dello sfidante repubblicano appare ancora piuttosto incerto e alcuni dei suoi tratti non sono certo fatti per incoraggiare, qui in Europa, un caldo afflato di cordiale simpatia.Ma che presidente è stato Barack Obama sul piano interno e internazionale? Quali risultati ha conseguito effettivamente in questi primi quattro anni? Proprio perché noi non siamo americani, iniziamo a valutare le scelte e i successi di politica estera, quelli le cui ricadute ci riguardano più immediatamente. Sul piano internazionale, dunque, la missione di Obama era quella di riposizionare gli Stati Uniti come la nazione leader dell’Occidente, innanzitutto, e della comunità internazionale nel suoi complesso. Si trattava di un compito ad un tempo facile e complicato. Facile, perché dopo otto anni di amministrazione di George W. Bush, il solo cambio di inquilino alla Casa Bianca, tantopiù se accompagnato da un avvicendamento tra repubblicani e democratici, sarebbe stato visto come un buon inizio da molti osservatori esterni. Le stesse caratteristiche personali e distintive del nuovo presidente, il suo incarnare così bene il sogno americano, facevano sì che come pochi altri Obama avesse le carte in regola per proiettare verso l’esterno l’immagine di un’America nuovamente coerente con il Paese che aveva guidato il mondo contro i totalitarismi nazista e comunista lungo quasi mezzo secolo. Il soft power americano, così cruciale nell’aver fatto degli Stati Uniti una superpotenza senza precedenti, poteva avere nel nuovo presidente il miglior propagandista possibile. Compito anche molto difficile, però, perché gli insuccessi dell’amministrazione precedente e soprattutto due guerre entrambe di scarso successo, quella estremamente controversa in Iraq e l’altra sempre meno popolare in Afghanistan, avevano eroso la credibilità dell’iperpotenza americana.
In particolare col mondo arabo e islamico i rapporti degli Stati Uniti erano arrivati a uno stato di deterioramento tra i peggiori che si fossero mai registrati. Si spiega così la decisione coraggiosa di scegliere la Turchia di Erdogan come destinazione conclusiva del suo primo viaggio in Europa ai primi di aprile del 2009 e, ancor di più, quella di tenere una prolusione estremamente audace e aperta nella sede dell’Università del Cairo nel giugno dello stesso anno, in cui sostenne la necessità di un «nuovo inizio» nelle relazioni tra Islam e America. Anche con la Russia, il refrain è stato sostanzialmente lo stesso (qualcuno ricorderà ancora lo sketch di Hillary Clinton che premeva un simbolico “restart button” durante la sua prima visita al Cremlino), così come con la Cina, verso la quale il presidente mostrava un orientamento meno competitivo di quello che aveva caratterizzato gli anni di Bush. In termini concreti, tanta buona volontà ha portato frutti non proprio abbondanti. Certo, Obama ha firmato insieme ai russi un importante un trattato per la limitazione delle armi nucleari riuscendo a farlo ratificare dal Senato (e soprattutto per questo ha vinto un contestato Premio Nobel per la pace). Ma tutto quello che sta sconvolgendo il mondo arabo negli ultimi due anni è avvenuto al di fuori del controllo e dell’ispirazione della Casa Bianca, il cui principale successo nell’area è stato ottenuto con gli strumenti della più tradizionale potenza (la campagna di bombardamenti decisiva per provocare la caduta di Gheddafi) e non certo grazie agli ispirati discorsi del presidente. Complessivamente, dall’Egitto alla Siria, in tutto il Medio Oriente l’influenza americana si è ridotta e la sensazione è che Washington sia sempre più in difficoltà ad arginare tanto gli avversari (come l’Iran e il suo delirio nucleare) quanto gli alleati (come Israele e la sua politica sorda a qualunque invito alla moderazione). Cosa ancor più grave, l’America appare senza strategia riguardo alla questione israelo-palestinese, proprio quando quest’ultima potrebbe riacutizzarsi con ben maggiore forza proprio a seguito delle Primavere arabe e della sfida nucleare posta dall’Iran.Anche con la Cina, lo stato delle relazioni non risulta significativamente avviato a una nuova fase e gli Stati Uniti non sembrano aver imboccato con decisione una via appropriata a fronteggiare il colosso asiatico che, non da ultimo per le sue crescenti contraddizioni interne, potrebbe essere tentato più di prima a una politica di sfida nei confronti americani (come nel caso tutt’ora irrisolto che lo contrappone al Giappone per il possesso di alcuni isolotti disabitati). Per paradosso è nei confronti dell’Europa, così lontana dal cuore e dalla mente del presidente, che si registra un successo importante come quello di aver contribuito in maniera decisiva a spingere la cancelliere Merkel a mitigare il suo “rigorismo” finanziario così da consentire a un euro malato di non essere ucciso dalla medicina che i dottori tedeschi intendevano somministrargli. Mentre con la Russia, dopo l’importante trattato firmato, si registrano una freddezza e una “distrazione reciproca” crescenti.
Sul fronte interno, i successi principali di Obama sono stati la riforma del sistema di assistenza sanitario, le misure a favore delle ripresa economica adottate nel 2009 e la legge a tutela del consumatore varata nel 2011 che sanziona alcuni dei comportamenti all’origine della crisi finanziaria del 2007-2008. Si tratta di tre provvedimenti importanti eppure tutti e tre segnati dalla stigmate del compromesso e della timidezza. La riforma sanitaria, il provvedimento di gran lunga più importante, ha deluso molti dei suoi sostenitori che si attendevano molto di più, soprattutto nei termini di una riduzione dello strapotere delle compagnie di assicurazioni private oltre che delle tariffe, ma nel contempo ha polarizzato e radicalizzato lo spettro politico elettorale, contribuendo in maniera decisiva al rafforzamento de movimento dei Tea party e al successo repubblicano nelle elezioni di mid term di due anni fa. In realtà, Obama è riuscito laddove una lunga serie di presidenti democratici aveva fallito. Non va dimenticato che lo stesso Bill Clinton aveva rinunciato di fronte all’opposizione risoluta del Congresso e oltretutto aveva deciso di lasciare alla moglie l’onere della leadership sulla questione, per tenersi prudentemente al riparo dagli esiti di un fallimento. Va quindi dato atto al presidente di avere mantenuto la sua promessa sia pure a costo di dover accettare delle dolorose amputazioni rispetto al piano originale e di “averci messo la faccia”. È un punto, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per rintuzzare le accuse avanzate da più parti di avere mostrato una “leadership indecisa”. Le misure di stimolo introdotte dalla Casa Bianca soprattutto nei primi due anni del mandato di Obama hanno effettivamente concorso a ridurre di due punti il tasso di disoccupazione (dal 10% all’8%) e a creare 3 milioni di posti di lavoro, ma sono apparsi a molti poco incisive e non strutturali. Soprattutto ci si sarebbe potuti aspettare in termini di lotta alla crescente, abnorme disuguaglianza che affligge gli Stati Uniti da un presidente che in campagna elettorale aveva fatto di questa causa un vera e propria bandiera, proponendosi come l’ideale continuatore dell’opera di Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy. Il Dodd-Franck Act infine, che avrebbe dovuto segnare la “rivincita” di Main Street su Wall Street, è risultato molto meno aggressivo di quanto sarebbe stato legittimo attendersi e non pare aver cambiato più di tanto il comportamento dei supermanager della finanza né essere riuscito a fornire effettiva protezione ai consumatori.
Un bilancio in chiaroscuro, come osservavamo in apertura, eppure un bilancio dal quale, più che la debolezza della leadership del presidente, emerge il crescente affanno di una superpotenza in declino relativo, affaticata dalle troppe sfide raccolte, e alle prese con la consapevolezza lentamente crescente che il “momento unipolare” è probabilmente alle spalle, ancorché nessun vero sfidante all’egemonia americana stia comparendo. Il mondo sta semplicemente diventando troppo complesso e le sfide troppo interdipendenti perché il suo ordine, o semplicemente la sua stabilità, venga assicurato da una superpotenza solitaria. Il problema semmai è quello dell’assenza di partner affidabili con cui spartire il fardello della responsabilità della governance globale, unito al fatto che molti dei sostenitori di un’architettura maggiormente decentrata non hanno semplicemente la capacità di fornire apporti significativi in termini di risorse d’ordine. Sul fronte internazionale, sarà proprio nella direzione di selezionare e tagliare gli impegni americani nel mondo che il prossimo presidente dovrà investire tempo e risorse. Sul fronte domestico, invece, occorrerà affrontare con maggiore decisione la sfida del rimettere in corsa l’America e di tornare a farne il Paese delle opportunità per tutti e non quello delle opportunità per pochi che da troppo tempo sta sempre più diventando. Impresa che sarà ancor più complicata se, come tutto lascia ritenere, dalle elezioni legislative che accompagnano le presidenziali uscirà un Congresso diviso.
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