giovedì 26 ottobre 2017
Uranio ai russi e dossier sul repubblicano. Che subito si definisce «vittima» e incalza
Hillary Clinton (Ansa)

Hillary Clinton (Ansa)

Hillary Clinton finisce nel mirino della Casa Bianca e dei repubblicani in Congresso, sia per un ruolo nell’inchiesta sui legami fra Mosca e Donald Trump sia per una complessa vicenda che riguarda l’acquisto di uranio Usa da parte russa quando la stessa Clinton era segretario di Stato. Torna a galla anche la vicenda delle email private in funzioni ufficiali della democratica, già archiviata dal Fbi. Una serie di mosse che coincidono con l’apertura di nuovi filoni d’inchiesta da parte delle autorità Usa, compreso il procuratore generale di Manhattan, sulla possibile collusione con Mosca della squadra elettorale di Trump.

È stato il Washington Post a rivelare che la squadra elettorale di Hillary e il Comitato nazionale dei democratici (Dnc) sono fra i finanziatori del dossier sui possibili rapporti compromettenti di Trump con il Cremlino. Non a caso ieri il capo della Casa Bianca ha accusato Clinton, via Twitter, di aver «pagato la ricerca che ha portato alla notizie false sul dossier contro Trump», concludendo che «la vittima qui è il presidente». Lo staff dell’allora candidata democratica si sarebbe limitato a rinnovare un incarico attribuito a una società di ricerca durante le primarie da un ex rivale repubblicano del tycoon, del quale non si conosce l’identità.

Si sa dunque che nell’aprile del 2016 l’avvocato Marc Elias, che lavorava per la campagna elettorale di Clinton, ingaggiò la società Fusion Gps di Washington, esperta nella ricerca «negativa » sui candidati, per indagare sui rapporti di Trump con Mosca. I pagamenti all’azienda vennero eseguiti fino a poco prima delle elezioni di novembre. La Fusion, a sua volta, contattò l’ex spia britannica Christopher Steele, che compilò il dossier in cui si afferma che la Russia è in possesso di materiale compromettente su Trump e che il Cremlino ha interferito nel corso delle elezioni. Prima del voto Steele comunicò i risultati delle sue indagini al Fbi, che avviò un’inchiesta sulle indiscrezioni. Il materiale arrivò poi nelle mani del sito Buzzfeed, che lo scorso gennaio ne pubblicò alcuni stralci.

Da allora tre commissioni parlamentari Usa hanno avviato altrettante inchieste sul cosiddetto Russiagate, in parallelo all’indagine del Fbi che è nel frattempo passata nelle mani del procuratore speciale Robert Mueller. Ma se il lavoro di Mueller sembra avanzare e far scattare ulteriori accertamenti (è di ieri la notizia che il procuratore federale di Manhattan ha aperto un’inchiesta sull’ex manager elettorale di Trump, Paul Manafort, per riciclaggio di denaro) le tre inchieste in Congresso sembrano essersi arenate a causa di liti politiche e di mancanza di risorse. I repubblicani, sia delle due commissioni alla Camera sia di quella al Senato, hanno chiesto ai colleghi democratici di chiudere i lavori, denunciandoli come una perdita di tempo.

Ieri però la commissione Giustizia della Camera ha avviato, su richiesta del suo presidente, il repubblicano Bob Goodlatte, un’indagine sulla gestione dell’emailgate da parte del dipartimento di Giustizia. E la commissione Intelligence, diretta del repubblicano Devin Nunes, ha aperto un dossier sull’accordo del 2010 col quale la società statale russa dell’energia atomica (Rosatom) ottenne il controllo di un’azienda canadese (Uranium One) che possedeva circa il 20% della capacità produttiva di uranio degli Stati Uniti, poi scesa all’11%.

Entrambe le questioni, relative all’“era Obama”, erano state sollevate in campagna elettorale da Trump, che ieri, durante un incontro improvvisato con i giornalisti nel giardino della Casa Bianca, ha denunciato l’uraniogate come il «Watergate dell’era moderna». Clinton ha liquidato i sospetti sul presunto scandalo come una «sciocchezza».

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