martedì 2 novembre 2021
Cresce oltremanica la preoccupazione per le decisioni prese dall’esecutivo di Boris Johnson
Dopo la Brexit in Gran Bretagna un governo con troppi poteri

Reuters

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La vita del professor Stefan Enchelmaier, esperto di legislazione europea e docente al prestigioso “Lincoln college” di Oxford, dove hanno studiato il ministro delle finanze del tesoro britannico Rishi Sunak e altri membri del governo britannico, è cambiata per sempre dopo la Brexit.

«Non ordino più nulla dall’Europa perché è troppo costoso e ci vuole troppo tempo e preferisco mandare tutto all’indirizzo di mia mamma in Germania, in attesa di raccoglierlo quando torno a casa la prossima volta. Non posso più portare salsicce o formaggio o pane perché è proibito o i moduli doganali sono troppo complicati», racconta. Ma ovviamente non è solo questo. «Il programma Erasmus – racconta – è morto, perché gli studenti europei non sono disposti a pagare le nuove tasse che sono tre volte superiori rispetto a quelle chieste agli studenti britannici».

Un cambiamento non indolore. «L’università di Oxford – prevede Enchelmaier – diventerà un posto più noioso e meno stimolante intellettualmente nei prossimi anni. Gli studenti della Ue non saranno disposti a pagare fino a 100.000 sterline all’anno, 117.000 euro, per un intero corso di laurea o un dottorato, escluse le spese di vitto e alloggio, per studiare qui. Negli anni passati chi veniva dall’Europa ravvivava le lezioni perché si trattava di persone abituate a fare domande e ad avviare discussioni. A volte mi sento preso dalla disperazione». Tutti questi svantaggi che gli ha procurato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il 23 giugno di cinque anni fa, tuttavia, non preoccupano questo famoso “fellow”, che ha avuto tra i suoi alunni alcuni dei nomi più importanti della classe dirigente britannica, quanto la trasformazione profonda di quel Regno Unito che definisce «da secoli la democrazia più libera, più stabile, più moderna in Europa».


Il governo di Londra vuole limitare il potere di controllo dei giudici e sta introducendo modifiche stringenti alle norme elettorali Una (paradossale) deriva anti democratica

​«Qui la legge e i tribunali sono sempre stati sovrani. Un sistema legale che funziona bene, con giudici di grande qualità, non corrotti, che scrivono sentenze intelligenti e intellegibili, un modello che tutto il mondo dovrebbe imitare. Una tradizione di correttezza e imparzialità che ha fatto sì che, negli anni, molte aziende e famosi personaggi venissero a Londra per risolvere le loro dispute. Non sarà più così e questo è uno degli effetti più negativi della Brexit». L’esperto spiega che, da quando la Corte Suprema, due anni fa, ha definito illegale la decisione del premier Boris Johnson di sospendere il Parlamento, il governo britannico si è "vendicato" limitando la cosiddetta judicial review, il procedimento attraverso il quale i giudici controllano la legalità di un’azione di governo e rivedono le azioni degli enti pubblici per verificare se sono conformi alla legge.

Come ha fatto? «Il governo ha presentato, lo scorso luglio, una modifica della legislazione che rende più costoso e più complicato avviare un’azione legale contro un ente pubblico. Per la prima volta, nella storia del Regno Unito, il potere della legge viene seriamente ridotto e si tratta soltanto dell’inizio perché questo governo, che può contare su una maggioranza di 80 parlamentari, sostiene che ha avuto dagli elettori il mandato per rendere la Brexit una realtà e non è giusto che venga limitato da giudici che non sono eletti. È un ragionamento molto primitivo perché il buon funzionamento di una democrazia dipende da un giusto equilibrio tra il potere giudiziario, quello esecutivo e quello legislativo. Purtroppo in questo Paese, a differenza che in Europa, manca una costituzione scritta e il potere giudiziario non è garantito dalla legge. Un governo con una maggioranza così forte è in grado di limitare la facoltà di giudici di decidere».

È d’accordo Francis Davies, politologo, docente alle università di Birmingham e di Oxford ed ex consulente dei governi di David Cameron e Gordon Brown: «Una parte del governo vuole modificare la legislazione per garantire al premier un potere maggiore di sospendere il parlamento che non venga limitato dalla Corte Suprema, come è successo due anni fa. È significativo che, nell’ultimo rimpasto di governo, Boris Johnson abbia rimosso l’uomo responsabile per la judicial review, quel ministro della giustizia Robert Buckland che, essendo un avvocato, ha un profondo rispetto per l’imparzialità dei giudici e non era, quindi, in linea con le intenzioni di questo governo. La judicial review è di importanza cruciale per il funzionamento della nostra democrazia, soprattutto in questo momento in cui la commissione elettorale sta ridisegnando i confini delle circoscrizioni nelle quali vengono eletti i nostri deputati». L’esperto spiega che la definizione dei limiti dei vari seggi elettorali dovrebbe essere un processo imparziale ma che lo spostamento di una parte degli elettori da una zona all’altra può avere conseguenze di natura politica.

Per Davis «il premier Boris Johnson sta concentrando più potere nelle proprie mani di quanto abbiano fatto i suoi predecessori, sia i conservatori Theresa May e David Cameron che i laburisti Gordon Brown e Tony Blair, e sceglie ministri deboli disposti a fare tutto quello che chiede Downing Street». Inoltre «Johnson può godere di un’opposizione inesistente, con un partito laburista molto indebolito che non rappresenta più le classi più deboli ma soltanto la borghesia intellettuale». Secondo l’esperto è paradossale che la Gran Bretagna sia uscita dall’Unione Europea sostenendo che la Commissione Europea e l’Europarlamento non fossero abbastanza democratici, nel loro modo di operare, rispetto a Westminster, mentre ora la Brexit sta concentrando troppo potere nelle mani del governo.

Un altro buon esempio è la decisione di chiedere agli elettori un documento di identità, quando si recano ai seggi: «È risaputo che questa decisione allontanerà dalle urne chi vota laburista – spiega Davis –. In Gran Bretagna, a differenza di altri paesi europei, non è mai esistita una carta di identità e questo documento può essere sostituito soltanto con una patente o un passaporto che costano tra le 70 e le 100 sterline, tra gli 81 e i 117 euro, troppo per chi ha contratti a zero ore o guadagna solo sette o otto sterline all’ora, cioè otto o nove euro. Di fatto si tratta della rimozione di un diritto democratico, quello di votare senza dover pagare, anche se il cambiamento è stato giustificato con la necessità di impedire ai migranti illegali di recarsi alle urne».

A concludere che vi sia troppo potere nelle mani del governo britannico è anche il saggio “Il Regno Unito alla prova della Brexit”, uscito da poco per “Il Mulino”, e dedicato all’impatto della Brexit sul sistema politico britannico. Gli autori, Gianfranco Baldini, Edoardo Bressanelli e Emanuele Massetti, scrivono: «La legislazione necessaria a implementare la Brexit ha fornito un’ulteriore dimostrazione della volontà del potere esecutivo di assumere pieno controllo del processo, spesso attribuendo ampi – secondo diversi commentatori, esageratamente ampi – poteri al governo. Come ha osservato la Camera dei Lord, molte leggi sulla Brexit hanno conferito una delega in bianco all’esecutivo per creare nuovi regimi di policy o enti pubblici, offrendo ben pochi dettagli su quali policy sarebbero stati implementate o sulla natura delle nuove istituzioni».

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