mercoledì 26 giugno 2019
La strage nel rapporto della ong Caminando Fronteras. «L'assenza dei corpi toglie voce al racconto della violenza»
Sbarco di 135 migranti al porto di Tarifa soccorsi dalla guardia costiera spagnola nel Mediterraneo (Lapresse)

Sbarco di 135 migranti al porto di Tarifa soccorsi dalla guardia costiera spagnola nel Mediterraneo (Lapresse)

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Come in Centro America, in questo momento nel Mediterraneo decine, centinaia, migliaia di persone tentano di attraversare una frontiera. Vanno con i loro bambini e bambine in braccio, con il loro impulso di vita, con la determinazione di trovare nuovi motivi per la speranza…». È l’inizio del prologo del rapporto «Vida en la necrofrontera», Vita nella necrofrontiera, redatto dall’organizzazione Caminando Fronteras, che radiografa l’altro esodo o, meglio, l’altra strage sulla sponda sud d’Europa.
Lo studio, presentato a Madrid dall’attivista per i diritti umani Helena Maleno e fondatrice della Ong, analizza l’impatto del controllo migratorio. E denuncia «le pratiche politiche orientate a causare la morte di quanti si muovono per la frontiera» e «la rinuncia degli Stati al proprio dovere di garantire i diritti umani».

Delle 1.020 vittime registrate fra gennaio 2018 e giugno 2019 in 70 naufragi di imbarcazioni, che tentavano di raggiungere dal Marocco le coste iberiche, sono stati recuperati solo 204 corpi. Il 75% – 816 persone – resta desaparecido stando allo studio, realizzato con un lavoro di scavo mettendo assieme le chiamate di Sos, le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari che hanno perduto i propri cari, per dare loro un nome. Il filo rosso, le voci di quanti soffrono la frontiera sulla propria pelle. «Ieri ho viso il corpo di mia moglie, è suo il cadavere all’obitorio. Non hanno potuto salvare nemmeno il bambino. Ora verrà la Croce Rossa a cercarmi e aspettiamo la decisione del giudice. Voglio andare via dall’Almeria il prima possibile perché, se resto qui solo, impazzisco. Devo stare accanto alla mia famiglia che è in Francia. Non posso fare più nulla per lei, sto poco a poco perdendo la ragione. Da quando ho visto il suo cadavere non mangio, non dormo. L’unica cosa che posso fare è inviare il suo corpo in Guinea…». È la testimonianza del marito di F., incinta di 7 mesi, morta nel novembre scorso nel Mare di Alborán. «Lui è uno dei pochi a poter piangere un cadavere, perché l’assenza dei corpi rende invisibile il racconto della violenza che ha provocato le scomparse e crea una frattura profonda nella vita delle famiglie e comunità d’origine», ha spiegato la Maleno. Che denuncia «la criminalizzazione di chi da’ aiuto ai migranti, aumentata in maniera proporzionale agli interessi economici delle imprese che investono nel controllo delle frontiere».

La stessa attivista, processata in Spagna e Marocco per poi essere assolta dalle accuse di traffico di persone e favoreggiamento dell’immigrazione illegale, è esempio della persecuzione in atto. “Necropotere” è il termine impiegato per descrivere «un’industria di violenza e morte che si beneficia di vigilare, arrestare, incarcerare e deportare, trafficare e schiavizzare» chi tenta di passare la linea invisibile. Ma anche «le politiche create per frenare gli arrivi via mare, che provocano morti e hanno fallito l’obiettivo».

Come dimostrano i dati: in un anno, al maggio scorso, sono stati 57.498 i migranti giunti sulle coste iberiche, il quadruplo rispetto all’anno precedente, secondo le stime del ministero degli Interni. 89.000 quelli intercettati in Marocco, sulla rotta occidentale tornata a essere la più battuta – dopo la stretta su quella orientale verso la Grecia e centrale dalla Libia all’Italia. Il più mortifero, il Mare di Alborán, con 823 vittime, seguito dallo Stretto di Gibilterra, con 189 migranti annegati, dalle Canarie e dal muro di Melilla.

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