venerdì 5 maggio 2017
L’arresto nel 2012 per la denuncia di musulmani appoggiati da un’autorità religiosa locale: ha sempre negato di aver usato la Sim incriminata per inviare il messaggio anti-islamico dal suo telefono
Manifestazione a Lahore in Pakistan per la liberazione di Asia Bibi, la madre cattolica in cella da 2.874 giorni per l'accusa di blasfemia

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Non sono bastati la sua difesa disperata, la mancanza di prove concrete e la constatazione della suo analfabetismo tecnologico. Ieri il cristiano 40enne Zafar Bhatti è stato condannato all’ergastolo per atteggiamento blasfemo da un tribunale della città di Rawalpindi secondo quanto stabilito nell'articolo 295 c del Codice Penale, uno di quelli collettivamente noti come “legge antiblasfemia”.

Per i giudici, sarebbe sua la responsabilità di alcuni brevi messaggi di testo (Sms) con contenuto ritenuto offensivo verso l’islam inviati dal suo telefono cellulare. Una responsabilità che Bhatti ha contestato con ostinazione. Pur ammettendo che il telefono è di sua proprietà, ha sempre negato che la Sim utilizzata per l’invio dei messaggini blasfemi fosse stata da lui attivata.

All'arresto nel 2012, dopo la denuncia di alcuni musulmani appoggiati da un’autorità religiosa locale, era seguita l’incarcerazione in regime di segregazione per rischi concreti per la sua incolumità. Confermati anche dalla circostanza che le udienze della corte si sono tenute all’interno della prigione e non in tribunale, proprio per evitare esecuzioni sommarie.

La sentenza che ne è seguita, quella emessa il 3 maggio dopo l’udienza finale del 24 aprile, non ha soddisfatto le richieste degli estremisti che avevano chiesto la condanna a morte. Una pena peraltro sovente comminata in prima istanza ma poi raramente confermata in appello. Nel caso di Zafar Bhatti, poi, sarebbe stato condannato all'ergastolo più per le pressioni degli islamisti che - secondo i suoi difensori - prove sufficienti a condannarlo anche a una pena meno severe.

Una condanna che segnala come anche quest’ultimo processo a carico di un cristiano sia stato segnato, più che dalla ricerca di giustizia, dall’adesione a una consuetudine arbitraria connessa alla possibilità per un musulmano di accusare di blasfemia un suo correligionario o uno di fede diversa senza necessità di prove sostanziali. Accuse che obbligano però la polizia a procedere all’arresto e i giudici a considerare un eventuale procedimento.

Ad aggravare l’arbitrarietà del caso, la circostanza che nel 2012 gli avvocati della circoscrizione competente per territorio si rifiutarono di difendere Bhatti in tribunale. Per questo, toccò a legali dell’organizzazione di sostegno dei diritti legali delle minoranze Claas provvedere alla tutela dell’accusato. Claas ha anche cercato inutilmente di far trasferire il processo a Lahore, capoluogo della provincia del Punjab, per allontanare quelle che gli attivisti indicano come “gigantesche minacce” alla vita di Bhatti come pure a quella del suo avvocato difensore.

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