domenica 23 ottobre 2022
L’Onu arranca e mette sotto sanzioni le bande. Mentre l’assistenza ai malati è affidata alle Ong: Msf ha aperto 4 centri medici. Scarseggia l’acqua potabile che accresce il pericolo di propagazione
Haiti ostaggio delle gang affonda nell'epidemia senza i mezzi

Reuters

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La “tempesta perfetta” si è abbattuta su Haiti il 2 ottobre. Al culmine di quattro anni di anarchia politica, catastrofe economica, conflitto sociale, quel giorno, è stato certificato ufficialmente un caso colera. Il primo dopo tre anni di tregua. Da allora i contagi si sono moltiplicati. La scorsa settimana, nelle 4 strutture ad hoc allestite da Medici senza frontiere (Msf) in altrettante zone di Port-au-Prince – Turgeau, Cité Soleil, Champs de Mars e Carrefour – sono arrivate, in media, cento persone al giorno con sintomi della malattia.


Molte più sono quelle che non hanno potuto raggiungerle. La capitale, come le principali città del Paese – è paralizzata dalle bande armate, ex gruppi violenti di disperati cresciuti esplonenzialmente nel vuoto di potere istituzionale. Fino a diventare, ormai, l’unica autorità, grazie alla forza delle armi, sempre più sofisticate, non certo di produzione locale. A farle arrivare nelle mani dei ragazzini, spesso adolescenti, delle gang è un complesso sistema di traffico internazionele che, secondo gli esperti, non potrebbe avvenire senza la complicità dell’élite politica nazionale. Per quest’ultima, le bande sarebbero eserciti privati da utilizzare contro gli avversari o per tenere alta la tensione e restare al comando.

Stavolta, però, la situazione sembra essere sfuggita di mano. Il ritorno del colera è la tragica dimostrazione. L’emergenza sanitaria è la conseguenza del baratro in cui l’isola sprofonda, nell’indifferenza globale. Le soluzioni proposte – o spesso imposte – dalla comunità mondiale e dalle nazioni cosiddette «amiche» negli ultimi decenni hanno finito per peggiorarlo. Questo spiega il malumore scatenato nella popolazione dalla richiesta di una missione internazionale del premier e presidente facente funzione, Ariel Henry. L’Onu ha presto tempo e intanto ha approvato all’unanimità sanzioni nei confronti delle gang e dei loro boss, a cominciare da Jimmy Cherizier, alias «Barecue», accusato di tenere in ostaggio il principale terminal petrolifero dell’isola. La penuria di carburante ha mandato in tilt la già dissestata economia. Tra gli impianti costretti a chiudere, temporaneamente, anche il principale produttore di acqua potabile, ora fortunatamente di nuovo in attività, Il colera è l’ultimo anello di questa catena perversa. « È un’infezione legata all’acqua, facilmente curabile in situazioni normali. Ma rispettare l’igiene è fondamentale».

Dunque l’accesso a risorse idriche pulite è essenziale per fermare il contagio – dice Mumuza Muhindo, capo-missione di Msf ad Haiti –. «Purtroppo, oltre alla loro produzione, a essere bloccata è anche la distribuzione. Soprattutto nelle baraccopoli, dove vive gran parte della popolazione priva di acqua corrente, le autobotti non riescono ad arrivare a causa delle barricate costruite dalle bande.

A queste, come a Cité Soleil, si aggiungono i cumuli di rifiuti non trattati. I casi di colera, in un simile contesto, rischiano di crescere rapidamente. Se non si agisce con urgenza sarà il disastro». Oltretutto, la violenza fuori controllo e la penuria di benzina impedisce a chi ha i sintomi di raggiungere i centri medici. «Ormai, per strada, si vedono circolare solo auto private. Il trasporto pubblico, già precario, è inesistente. La mancanza di energia, dipendente quasi totalmente dal carburante, ha costretto molti ospedali a chiudere reparti – conclude Francesco Segoni di Msf –. Anche noi non potremo andare avanti a lungo se non verrà sbloccato il combustibile. Abbiamo autonomia solo per qualche settimana ancora».

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