mercoledì 22 agosto 2018
Martedì sera due diversi tribunali statunitensi hanno condannato due importanti collaboratori di Trump (Manafort e Cohen), e uno ha clamorosamente ammesso di aver violato la legge su sua indicazione
Doppio colpo a Trump. «Pagato il silenzio di due donne»
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Doppio scacco ai danni del presidente Usa Donald Trump che giunge in contemporanea da due diverse aule di tribunale: a New York Michael Cohen, l'ex avvocato del tycoon, si dichiara colpevole di otto capi d'accusa. Fra questi il pagamento durante la campagna elettorale per comprare il silenzio di due donne, affermando di aver agito "in coordinamento e sotto la direzione di un candidato ad un incarico federale". In Virginia, Paul Manafort, ex manager della campagna elettorale di Trump, viene giudicato colpevole per otto capi di imputazione, di cui cinque per frode fiscale.

Una svolta giudiziaria in due inchieste diverse ed entrambe cruciali, che potrebbero cambiare le sorti della presidenza Usa. Perche' entrambi i casi in mano alle autorità federali potrebbero confluire nell'inchiesta sul Russiagate guidata dal procuratore speciale Robert Mueller che Trump taccia di essere una "caccia alle streghe". E già alcuni esperti commentano che gli ultimi sviluppi rappresentano per Trump un passo avanti verso l'impeachment.

Intanto però è il suo ex fidatissimo avvocato, Michael Cohen, il 'fixer' che per anni ha fatto da scudo al tycoon, sempre pronto ad intervenire in sua difesa, che rischia adesso di inguaiare il presidente, anche fino all'impeachment, con la sua dichiarazione di colpevolezza, quando sottolinea di aver agito "in coordinamento e sotto la direzione di un candidato ad un incarico federale" nel riconoscere di aver violato le leggi sul finanziamento della campagna elettorale pagando due donne (la pornostar Stormy Daniels e l'ex coniglietta di Playboy Karen McDougal) che sostengono di aver avuto un affaire con il tycoon e parlando di sforzi coordinati per influenzare le elezioni. E già così è una bomba.

Cohen, nelle scorse settimane Cohen aveva segnalato a più riprese la sua disponibilità a cooperare con le autorità federali, mentre sembrava allargarsi la distanza dal presidente. Il mese scorso Cohen aveva ammesso alla Abc che Trump non è la sua priorità, mentre gli veniva ricordato che un tempo affermava di essere disposto a "prendere un proiettile" o "fare qualsiasi cosa" per proteggere il presidente. "Per essere chiari - ha detto alla Abc - mia moglie, mia figlia e mio figlio, e questo Paese hanno la mia primaria lealtà". Sempre il mese scorso l'avvocato di Cohen, Lanny Davis, ha diffuso la registrazione audio di una conversazione risalente al settembre 2016 fra lo stesso Cohen e Donald Trump, in cui discutevano un accordo che aveva raggiunto con una modella di Playboy per la vendita dei diritti sulla storia di una presunta relazione fra questa e Trump prima della sua elezione alla presidenza. Una mossa gia' interpretata da osservatori come una svolta. Che pero' e' arrivata oggi quando Cohen si e' prima consegnato all'Fbi, quindi ha fatto ingresso in un tribunale di Manhattan ammettendo le sue colpe. Nel dettaglio, si e' detto colpevole per tutti gli otto capi d'accusa contestatigli, dalla frode fiscale e bancaria alla violazione delle regole finanziarie della campagna elettorale. Il risultato di un accordo che contempla anche fra i quattro e fino ai cinque anni e tre mesi di prigione. Il giudice ha stabilito il 12 dicembre quale data per la sentenza e ha fissato una cauzione di 500 mila dollari.

Intanto ad Alexandria, in Virginia, dopo giorni di camera di consiglio, la giuria del processo a Paul Manafort raggiunge un verdetto soltanto su otto dei 18 capi d'accusa contro l'ex capo della campagna elettorale di Trump. Sugli altri 10 non c'e' consenso. Trump si dice dispiaciuto per Manafort, ricorda che è un 'brav'uomo" e ha lavorato anche per Ronald Reagan, però tiene a sottolineare che ciò non ha nulla a che vedere col Russiagate, la "caccia alle streghe" ripete. Mentre su Cohen nessun commento.

CHI È MANAFORT

Paul Manafort ha guidato la campagna elettorale di Donald Trump solo dal marzo all’agosto del 2016, ma sua vita politica è durata 35 anni. Manafort è stato lo stratega di numerosi candidati repubblicani alla Casa Bianca, da Gerald Ford, a Ronald Reagan, a George Bush padre. Ciò che ha, però, caratterizzato la sua carriera – e in ultima analisi ha causato l’indagine del Fbi e, in seguito, ha attirato su di lui l’attenzione del procuratore speciale Robert Mueller – è stata l’attività di lobbista internazionale. Pur non avendo mai ottenuto la registrazione di «agente straniero» richiesta dal governo, Manafort ha avuto vari leader stranieri fra i suoi clienti di spicco, dall’ex dittatore delle Filippine, Ferdinand Marcos, all’ex presidente ucraino, Viktor Yanukovych. Dal partito filo russo di quest’ultimo – in base all’accusa di Mueller – avrebbe ricevuto 12,7 milioni di dollari “in nero”. Per Yanukovych, Manafort avrebbe lavorato dal 2004 al 2010, nonostante l’opposizione del governo americano visti i legami del presidente con il leader russo Vladimir Putin. Proprio tale incarico gli avrebbe dato accesso a una serie di contatti internazionali che poi l’avrebbero messo nei guai. (L.B.L.)

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