sabato 23 dicembre 2017
Il voto ha premiato Inés Arrimadas, leader del partito unionista Ciudadans che non ha alleati con cui formare il governo, e Carles Puigdemont, che non può rientrare pena l’arresto
Carles Puigdemont, presidente dimissionario della Catalogna, parla dopo i risultati delle elezioni regionali (Lapresse)

Carles Puigdemont, presidente dimissionario della Catalogna, parla dopo i risultati delle elezioni regionali (Lapresse)

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Le elezioni catalane hanno proclamato due vincitori, Inés Arrimadas, leader dei Ciudadans, la formazione unionista che ha ottenuto il primo posto, e Carles Puigdemont, il leader uscente della Generalitat che è fuggito a Bruxelles da dove si atteggia a presidente di una inesistente Repubblica catalana.

Il suo partito, Junts per Catalunya, è arrivato secondo, superando Esquerra republicana (Erc), ritornando ad esercitare il primato tra le forze secessioniste, che nel loro insieme hanno ottenuto la maggioranza dei seggi (ma, ancora una volta, non dei voti). La differenza tra percentuale di voti e di seggi dipende anche dalla particolare distribuzione dei seggi nei collegi catalani, che favorisce le aree periferiche a svantaggio delle grandi città e soprattutto di Barcelona, con l’effetto, per esempio, che ogni eletto di Junts richiede 27.600 voti mentre ciascuno di quelli del Pp ne richiede più del doppio, 61.200. Va detto, peraltro, che questa norma, nel resto della Spagna, favorisce invece il Partido popular, particolarmente forte nelle aree rurali.

La vittoria della Arrimadas, che non è in grado di agglutinare una maggioranza, sembra una vittoria di Pirro, come peraltro quella di Puigdemont, che se rientra nel territorio spagnolo rischia di essere arrestato per sovversione. E ieri, subito dopo il voto, il Tribunale Supremo ha indagato per presunta ribellione altri dirigenti catalani fra cui l’ex presidente Artur Mas e le dirigenti di Erc Marta Rovira, PdeCat Marta Pascal e Cup Anna Gabriel. Chi invece ha subito una sconfitta netta è il Partido popular di Mariano Rajoy, che in Catalogna ha ceduto metà dei suoi voti a Ciudadans. Anche le formazioni di estrema sinistra, gli indignados di Podemos e gli anti-capitalisti secessionisti della Cup, hanno ridotto di molto i loro consensi.

Che cosa accadrà ora?

Entro un mese dovrà tenersi la sessione costitutiva dell’Assemblea catalana e si comincerà a votare per il presidente dal 10 febbraio. Se entro aprile non si sarà riusciti e eleggere un nuovo esecutivo l’Assemblea sarà sciolta e si procederà a nuove elezioni. Non si tratta di passaggi semplici o puramente procedurali: basti pensare al fatto che ben otto degli eletti secessionisti non sono in grado di partecipare all’Assemblea, tre perché sono in carcere preventivo, cinque perché sono all’estero e sono oggetto di mandati di cattura. Non sarà semplice aggirare questi problemi, anche perché la magistratura spagnola è autonoma e almeno finora ha scelto di applicare con rigore le leggi e le norme costituzionali. Parlando da Bruxelles, Puigdemont ha chiesto al premier spagnolo di incontralo all’estero, presentando l’eventuale incontro, «senza condizioni» come il dialogo tra due Stati sovrani confinanti. Parlerò – ha detto il premier da Madrid – «con chi ha vinto le elezioni: Inés Arrimadas». Le questioni giuridiche, secondo, lui, sono solo «complicazioni» da mettere da parte. (Confermando pure la fine dell’articolo 155, che sospende le autorità locali, all’«insediamento del nuovo esecutivo»).

Ovviamente Rajoy ha risposto che intende «dialogare con autorità catalane legittimamente insediate» e nell’ambito del rispetto della legge e della Costituzione spagnola. Questo appello di Puigdemont ha un effetto pesante sulla situazione delle personalità secessioniste in stato di arresto. Una delle ragioni per cui la magistratura non concede loro la libertà su cauzione (come ha fatto per altri indagati per gli stessi reati) è il pericolo di continuazione del reato di sovversione. Accodarsi alla linea di Puigdemont implica insistere nel dare valore alla proclamazione di indipendenza, che è appunto il reato contestato, non farlo farebbe apparire come opportunisti o addirittura “traditori”.

La rappresentante di Esquerra, Marta Rovira, ha preso atto che il primato ottenuto dalla lista di Puigdemont nell’area secessionista gli conferisce i titoli per essere eletto presidente, ma ha derubricato la Repubblica catalana a «opzione», non a fatto già realizzato, anche se ha aggiunto che «non parliamo di questa opzione politica come se fosse qualcosa di folkloristico. L’opzione per la Repubblica è un mandato legittimo e legale».

La Cup, la formazione di estrema sinistra secessionista, ha invece condizionato il suo appoggio a Puigdemont a un programma di rottura istituzionale: «Si tratta di non ritornare all’autonomia, di non obbedire al 155, alla Costituzione … ma di fare la Repubblica e di costruire la Repubblica». Trasformare la maggioranza secessionista in un esecutivo non sarà quindi semplice. Altrettanto complicata, peraltro, è la situazione di Rajoy, che dovrà subire una pressione crescente dagli alleati (e competitori) di Ciudadanos, usciti rafforzati dalla prova catalana. Anche la legislatura spagnola, che secondo Rajoy terminerà regolarmente nel 2020, in realtà sembra traballante.

Già l’approvazione del bilancio e del preventivo per l’anno prossimo sarà ottenuta grazie a un sostegno del Partito Nazionale Basco pagata con un accordo finanziario pesante che a Ciudadanos non è piaciuto L’attendismo di Rajoy, che finora ha funzionato, difficilmente basterà ad aprire un minimo di dialogo sulla Catalogna, il che mette il governo di minoranza di Madrid in difficoltà sia con il nazionalismo spagnolo di Ciudadanos, sia con le opzioni super federaliste dei socialisti. L’idea che per riaprire il dossier catalano servono interlocutori diversi da ambo le parti viene prospettata da varie parti, anche se in realtà anche questa prospettiva è, almeno nell’immediato, affatto. tutt’altro che realistica.

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