domenica 18 dicembre 2016
Medici e insegnanti che lavorano per strada, poliziotti disarmati nei ghetti: esiste una faccia degli Stati Uniti più umana e solidale rispetto a quella emersa nella lacerante campagna elettorale
Uno dei simboli del Natale sotto un ponte a Boston

Uno dei simboli del Natale sotto un ponte a Boston

I membri del collegio elettorale Usa, che domani dovranno ratificare l’elezione di Donald Trump, non avranno accesso a nessuna informazione riservata riguardo al tentativo della Russia di interferire, attraverso gli attacchi hacker, nelle elezioni americane. Erano stati 54 dei 232 elettori democratici, ed un solo repubblicano, a chiedere al direttore del National Intelligence, James Clapper, ragguagli circa la possibilità che la Russia abbia aiutato Trump ad essere eletto. La Cina, secondo quanto detto dal Pentagono, ha acconsentito intanto ieri a restituire il drone sottomarino americano che ha prelevato in acque internazionali. Pechino ha detto di star discutendo i termini della restituzione. Washington ha definito il sequestro una grave violazione delle norme internazionali. Anche Trump è intervenuto, definendo su Twitter il «furto» «senza precedenti». Tuttavia, sbagliando l’ortografia, ha scritto «unpresidented», cioè «senza presidente».

Trump sta anche ultimando i preparativi per il suo insediamento alla Casa Bianca del 20 gennaio. E si apprende che si sta preparando un ufficio nell’East Wing, generalmente riservata alle first lady, per la figlia Ivanka e un altro per il genero, Jared Kushner, nella West Wing, accanto allo Studio Ovale.

C’è chi ha votato per Trump e chi per Hillary Clinton. Chi con la testa e chi con la pancia. Chi ha detto no all’aborto e chi alla xenofobia. Chi ora spera in un’America «più grande» e chi in un’America più giusta. Ma ci sono anche tantissimi americani che hanno votato con i fatti, e non un giorno solo. Persone che hanno risposto a una delle campagne elettorali più laceranti della storia statunitense moltiplicando i loro sforzi per dare una mano al loro prossimo, per fede o nella convinzione che la comprensione reciproca risiede nella solidarietà, vissuta quotidianamente.

Li si può incontrare a Boston come a New York, a Chicago come a Baltimora, nella liberal California come nel conservatore Texas. Le loro storie rivelano che nell’America dell’era di Trump non ci sono solo «bianchi arrabbiati» e «neri violenti», «newyorkesi snob» e «sudisti retrogradi», ma anche medici al lavoro sotto i ponti, poliziotti disarmati nei ghetti, insegnanti in classe il fine settimana nelle scuole a rischio, suore negli ospizi dei nullatenenti e famiglie che quasi ogni giorno aprono la porta a degli sconosciuti. Insieme formano un esperimento di umanità che fa dell’America, anche oggi, un laboratorio di speranza. James O’Connell da trent’anni è un medico di fama del Massachusetts general hospital, ma solo di recente è diventato un esperto nel lavare i piedi. All’università nessuno gli aveva insegnato quanto fosse importante mettere a mollo le estremità gonfie e infiammate di chi vive sulla strada, o che un pediluvio è una chiave nel mondo complicato e ostile dei senza tetto.

«Quanto ti predi cura di persone così fragili e indurite dalla vita ci vuole pazienza – spiega O’Connell –. Devi conquistare il loro rispetto, metterti ai loro piedi, saper aspettare senza fare tante domande, solo usando fin da subito il loro nome completo, preceduto da signor o signora, anche se tutti dicono “hey tu”, o “amico”. Ci possono volere tre, quattro, cinque settimane di lavaggi ai piedi e alle mani prima che un senzatetto guardi O’Connell negli occhi e confessi di non riuscire a dormire, o di aver male allo stomaco, o di sentire delle voci, e chieda aiuto. Di solito, è il primo passo verso un’accettazione delle cure che un medico può offrire e a volte anche di un percorso via dalla vita randagia. O’Connell non si interessa alla politica, ma sa che ascoltare e incontrare le altre persone dove si trovano, senza pregiudizi, dà risultati. «Io e i miei colleghi facciamo visite a domicilio sotto i ponti, lungo le strade, sulle panchine – spiega – ed è una formazione continua. Vediamo le stesse malattie croniche e acute della popolazione generale, ma con la differenza cruciale che sono state trascurate per anni. Ho visto le devastazioni di un congelamento non curato, dell’Aids e del diabete, così come gli effetti dell’isolamento e della solitudine estrema ». Ma ha anche assistito ad un coraggio e a un’intraprendenza straordinari.

«Queste sono persone senza volto – racconta –. Ma quando si arriva a conoscerle, hanno storie di lotte contro le avversità incredibili. Quando ho camminato con loro, ho sempre trovato uno spirito combattivo che ha risposto ai colpi della vita e tentato di reagire alla sofferenza». Una volta, continua il medico, qualcuno gli ha fatto notare che una ventina di persone viveva in un tunnel sotto Copley Square, una delle piazze principali di Boston, uscendo solo di notte. «Un pomeriggio sono andato laggiù a incontrarle e sono rimasto sconvolto dallo scoprire che la maggior parte viveva lì da 20 anni. Pensiamo tutti di conoscere la nostra città e la nostra società, di sapere come funzionano le cose, ma se teniamo la mente aperta possiamo accorgerci di dimensioni che non avremmo mai sospettato».

E la società emersa dall’ultimo ciclo elettorale, che cosa riserva per O’Connell e i suoi pazienti? Il medico dice di esserne preoccupato: vede sempre più violenza nei confronti dei senza tetto. I rifugi di Boston sono sempre più pieni. «La società americana sembra esitare meno prima di permettere alla gente di scivolare nell’inferno della malattia mentale, della disoccupazione cronica e della vita di strada», dice. La sua risposta? Lavorare di più. «Almeno non sto a guardare e il lavoro che riesco a fare è una benedizione. Le persone di cui ci prendiamo cura lo apprezzano. È un modo di vivere molto gratificante».

(1. Continua)

© Riproduzione riservata