mercoledì 28 giugno 2017
La battaglia più cruenta in Venezuela non si consuma in piazza bensì all’interno dello stesso fronte chavista. Il bolivarismo perde pezzi
L'autoproclamato leader della rivolta, Óscar Pérez (LaPresse)

L'autoproclamato leader della rivolta, Óscar Pérez (LaPresse) - LaPresse

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La battaglia più cruenta in Venezuela non si consuma in piazza bensì all’interno dello stesso fronte chavista. Il bolivarismo perde pezzi. Prima c’è stata la defezione della Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz. Ma il pericolo vero per il governo – e Nicolás Maduro né è consapevole – viene dalle forze di sicurezza. Nelle caserme e nelle stazioni di polizia si respira da mesi un crescente malumore. Il presidente le ha provate tutte per silenziarlo. Quasi un anno fa, quando la penuria di cibo e medicine si è fatta drammatica, il leader ha affidato ai militari il controllo e la gestione degli approvvigionamenti.

La mossa non ha risolto la crisi, ha tuttavia legato il destino delle Forze armate a quello del traballante esecutivo. O, almeno, così, quest’ultimo credeva. Il tentativo di Maduro di esautorare il Parlamento e la scelta di riscrivere la Costituzione del defunto Hugo Chávez ha fatto riesplodere il malcontento. Stavolta, il governo ha usato il pugno di ferro, nascosto – nemmeno troppo bene – in un guanto di velluto. Poco più di una settimana fa, il 20 giugno, c’è stato il “riassetto” dei vertici delle Forze armate. I comandanti dell’esercito e dell’aviazione sono diventati Jesús Suárez Chourio e Iván Hidalgo Terán, fedelissimi del numero due del chavismo, Diosdado Cabello. A lungo rivale di Maduro, quest’ultimo è considerato l’uomo forte del sistema, leader della componente più radicale, il solo in grado di farlo restare in piedi. Padrino López – ritenuto troppo morbido verso l’opposizione, riunita nella Mesa de Unidad Democrática - è l’unico ad essere rimasto al suo posto. Il generale ha perso, però, il comando operativo, affidato all’ammiraglio Remigio Ceballos Ichaso. Per la prima volta, a ricoprire l’incarico sarà un esponente della Marina, privilegiata rispetto all’esercito. Segno che il tradizionale puntello del governo risulta ora meno stabile. E che Padrino López fa paura: se non si può destituirlo, per non spingerlo tra le braccia degli anti-bolivariani, almeno va tenuto sotto controllo.

La “purga” non ha impedito il nuovo colpo di coda: nella notte, un gruppo di poliziotti, militari, funzionari – così si sono definiti nel proclama diffuso su YouTube – ha preso un elicottero e lanciato quattro granate sul Tribunale supremo, bastione del chavismo. Un gesto dimostrativo: non ci sono stati morti né feriti né un tentativo di attaccare il Palazzo presidenziale, a Miraflores. Le ipotesi sono due. O, effettivamente, governo e opposizione hanno perso il controllo delle frange estreme, vere e proprie schegge impazzite, in un contesto sempre più conflittuale. O si tratta di un ennesimo “colpo di teatro” che di certo fa comodo allo stesso Maduro. Dando a quest’ultimo la “smoking gun” per far piazza pulita dei nemici interni. Non a caso, l’autoproclamato leader della rivolta – l’ispettore della polizia scientifica Óscar Pérez – ha lavorato a lungo con l’ex ministro dell’Interno, Miguel Rodríguez Torres, fedelissimo di Chávez e critico feroce del presidente attuale. Il gioco di Maduro, però, può essere pericoloso.

Perché rischia di accelerare un processo già in atto. Quello che gli analisti definiscono “frattura dell’élite al potere”: man mano che la situazione si deteriora, i personaggi più influenti si smarcano dalla leadership, mettendo quest’ultima con le spalle al muro e costringendola al cambiamento.

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