venerdì 14 febbraio 2020
Il crollo della natalità nelle nazioni avanzate ha motivi diversi, ma tratti comuni. La cultura che ha sacrificato i figli sull'altare del consumismo è la stessa che ha prodotto la crisi ambientale
Può esserci futuro in un mondo senza nascite?
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In un famoso film uscito diversi anni fa, "I figli degli uomini", di Alfonso Cuaròn, la Terra nel 2027 è diventata un luogo inospitale e violento, e le tensioni tra i popoli producono un contesto di conflitto permanente. L’origine dell’odio che dilania le persone si deve a una circostanza drammatica: nel mondo non nascono più bambini. L’ultimo parto risale a 18 anni prima, ma anche questo figlio è stato ucciso per mano violenta. È un racconto disperato, l’infertilità è diventata la condanna del genere umano, e l’assenza di futuro si manifesta in un contesto caratterizzato da carenza di risorse naturali, devastazione ambientale, disordine migratorio e ostilità verso i profughi.

La sensazione più forte che il film – tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice britannica P. D. James – riesce a trasmettere, riguarda la preziosità della nascita. Il mondo di oggi è lontano dalla prospettiva estrema di un racconto distopico, ma in questa vicenda non è difficile riconoscere molte delle preoccupazioni che attraversano le società contemporanee.

Dal 2008 al 2018 in Italia si sono "persi" 140mila bambini. Il numero di nati è sceso in 10 anni mediamente di 14mila l’anno, fermandosi a 439mila nel 2018. In teoria di questo passo nel 2050 le nascite dovrebbero essere pari a zero. In pratica, tra nemmeno 5 anni si potrebbero avere poco più di 300mila parti, una circostanza drammatica per un Paese con 60 milioni di abitanti. Nel giro di trent’anni il numero di pensionati eguaglierà il numero di persone in età da lavoro, saremo una società povera di bambini e molto più anziana, con prevedibili tensioni legate alla possibilità di sostenersi.

Il problema non è solo italiano. Dallo scoppio delle Grande crisi del 2008 in poi la natalità è calata in modo netto un po’ ovunque, e anche dove si registrano "riprese" delle nascite si parla di cifre limitate. Il tasso di fecondità nel mondo è sceso a 2,4 figli per donna. In più della metà delle nazioni il numero medio di figli è sotto il livello di 2,1, cifra che garantisce la stabilità della popolazione. Inoltre aumenta la quota di donne e uomini che non diventano genitori per scelta o per "sfortuna" e cresce il numero di persone che invecchiano sole, senza figli né altri legami parentali. Presto la popolazione mondiale si stabilizzerà, e la sfida da affrontare non sarà più quella del numero di persone sulla terra, ma la loro età. Questo crollo globale della natalità si manifesta in modalità diverse a seconda dei Paesi, ma presenta molti tratti comuni. Un fattore decisivo è sicuramente lo sviluppo, ma potremmo dire ormai "questo" modello di sviluppo. Perché l’espansione delle opportunità non è sempre garanzia di benessere diffuso, mentre la riduzione delle dimensioni della famiglia è diventato un indicatore di una società più ricca, ma spesso anche più insicura e fragile. Nemmeno l’immigrazione riesce più a fornire un contributo di maggiore vitalità, perché anche gli stranieri giungono da Paesi che, a loro volta, stanno conoscendo cali dei tassi di fecondità: la trasformazione degli stili di vita ha caratteristiche globali e uniformi. In questa fase storica, il miglioramento delle condizioni di vita è sempre di più collegato all’urbanizzazione. Le città, nel Nord come nel Sud del mondo, sono diventate potentissimi poli di attrazione perché è nelle grandi aree urbane che si trovano le opportunità che le persone cercano. Le metropoli offrono ovunque la speranza di un futuro migliore, ma lo stile di vita cittadino è forse il più potente fattore contraccettivo che la storia abbia mai conosciuto.

Il benessere si è sempre accompagnato a un calo del numero di figli. Oggi tuttavia si sta assistendo a un fenomeno paradossale: per ottenere tassi di fecondità più vicini alle aspirazioni delle persone è diventato necessario portare all’estremo il livello dello sviluppo, offrendo alle famiglie le migliori condizioni possibili, più risorse e una qualità della vita sempre più alta. In sostanza, i figli non sono più una prerogativa dei poveri, ma un lusso di cui possono godere più frequentemente i ricchi o le famiglie con forti motivazioni ideali o religiose.

Questo fenomeno è comune a molti contesti avanzati. Dove i governi hanno le risorse per offrire denaro o servizi alle famiglie, aiutando a trasmettere l’idea che un figlio non è solo un bene privato ma una ricchezza della comunità, i bambini arrivano. Ma in questa "competizione della natalità" non c’è un vero vincitore. Se il modello economico e culturale è fondato sull’individualismo, e il valore del dono è marginale oppure la qualità delle relazioni sociali è scadente, ecco che l’unica possibilità per dare forma ai desideri è trovare il modo di pagarli.

Quanto avvenuto nella società americana è indicativo. Negli Stati Uniti il tasso di fecondità nel 2019 ha toccato il record negativo di 1,7 figli per donna. Non è poco se raffrontato all’1,29 dell’Italia, ma è uno shock per un Paese che, pur non concedendo sostegni ai genitori, ha sempre espresso una natalità esuberante anche grazie alla popolazione immigrata. I ricercatori segnalano che il calo è dovuto alla riduzione delle gravidanze indesiderate tra le adolescenti delle fasce sociali più disagiate, al crollo della fecondità nelle donne soprattutto di origine ispanica, scesa del 17% in un solo anno, all’aumento dell’età in cui si diventa madre, tanto che l’unica fascia di età che registra un incremento delle nascite è quella delle quarantenni.

Ogni Paese fa storia a sé, ma non più di tanto. In Gran Bretagna il calo delle nascite al minimo storico si è accompagnato al record di parti tra le 45enni. In Corea del Sud, il Paese che con 0,88 figli per donna ha il record mondiale negativo della fecondità, il "problema" sembra essere rappresentato, come in Giappone, dalle troppe ore di lavoro di chi è occupato, dal basso tasso di occupazione femminile e dall’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia. In Paesi come Danimarca e Svezia le persone paiono invece essersi abituate ai generosi sussidi statali e la fecondità, un tempo al top, oggi è calata a 1,7 figli, in Finlandia addirittura a 1,35. Anche in Australia il governo ha da poco lanciato un allarme perché da un tasso di fecondità di 2,02 in un decennio si è scesi a 1,7. Una demografia declinante è sempre la premessa per difficoltà economiche e problemi nel mantenere i sistemi di protezione sociale.

È in questo scenario che si deve guardare al drammatico dato italiano, dove tuttavia le poche nascite sono dovute al fatto che, dopo tanti anni di bassa fecondità, oggi manca la generazione di donne per procreare un numero sufficiente di figli. Un fattore "tecnico", insomma, che si unisce a tanti altri ostacoli materiali. Le indagini dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo dicono che i giovani in Italia desiderano almeno due figli, ma ne mettono al mondo, statisticamente parlando, poco più di uno. Lo spread tra desiderio e realtà è comune a tutti i Paesi avanzati, ma vi è comunque una specificità italiana: in assenza di politiche pubbliche significative, solo le fasce sociali più istruite, dunque con maggiori prospettive, pensano di poter realizzare le proprie aspirazioni di genitorialità, mentre chi ha un’istruzione più bassa tende ormai a rinunciarvi in partenza. Nel giro di qualche anno potremmo dire che i figli sono passati dall’essere considerati un dono, a privilegio per pochi.

Molto insomma è cambiato anche dal punto di vista culturale. Ma cosa ha reso l’avere figli un fatto più simile a uno degli obiettivi – uno dei tanti possibili ma non l’unico e nemmeno il primo – che vanno raggiunti nella vita? Innanzitutto, l’insicurezza del nuovo contesto economico, che ha reso il lavoro più precario. Il costo delle abitazioni, sempre più inaccessibili alle giovani coppie per l’alta richiesta di alloggi nelle città. La difficoltà di avere due redditi, condizione ritenuta necessaria perché una famiglia possa vivere dignitosamente in una metropoli. La mancanza di servizi o di una cultura che aiuti la conciliazione tra lavoro e famiglia. La dedizione al lavoro, che spesso non lascia più posto per i figli e le relazioni.

Più l’elenco delle ragioni si allunga, tuttavia, e più sembra di trovarsi di fronte a una lista di giustificazioni. Nelle società occidentali l’impressione è che la straordinaria libertà e le opzioni di soddisfazione a disposizione degli individui abbiano semplicemente reso più piccolo lo spazio per un progetto familiare. Avere una vita intensa, fare esperienze, praticare sport, viaggiare, conquistare tutte le vette possibili della vita, godere delle infinite possibilità di intrattenimento: come si concilia tutto questo con uno o più figli? Di fronte alla prospettiva dominante che caratterizza il racconto della società iper-consumistica, una famiglia può apparire solo come una rinuncia o un optional da conquistare. E questo alfabeto fatto di continui bisogni materiali da soddisfare ha contagiato anche il modo di essere genitori, nel momento in cui produce ansia, trasmettendo l’idea che non si è adeguati se non si è in grado di dare anche ai figli di tutto e molto di più.

Forse la società dei consumi non poteva che avere questo epilogo, dal momento che si fonda sul benessere individuale come bene primario, da raggiungere anche a costo di scaricare il prezzo del proprio desiderio su qualcun altro: sulla fragile vita che nasce, sul compagno o la compagna di sempre, sul debito della generazione successiva, sull’ambiente. Questo modello di sviluppo che, al suo culmine, ha fatto del single metropolitano il motore della propria sussistenza, col tempo ha reso le persone più sole, ripiegate in se stesse, rigide di fronte al confronto con l’altro, impaurite al sorgere delle difficoltà. E insieme alla crisi demografica ha prodotto la crisi ambientale.

L’ultimo inganno di un sistema che per reggersi ha bisogno di persone sole e senza legami, sta proprio nel mischiare le carte e far credere che il pianeta possa essere salvato cessando di mettere al mondo figli. In realtà è vero il contrario. Sono le società opulente, quelle che hanno trasformato i bambini in un raro lusso per pochi, ad avere il maggiore impatto sul Pianeta. È la cultura che spinge le persone a sacrificare i figli sull’altare del consumismo estremo a provocare i danni climatici che stiamo conoscendo. Mentre sono i contesti in cui l’apertura alla vita conduce a gioie più grandi, a sperimentare un maggiore rispetto delle risorse naturali e spirituali, proprio perché è all’interno di una grande famiglia che si può cogliere meglio quanto gli essere umani siano interdipendenti gli uni dagli altri, e di come questo riguardi tutta la vita sulla Terra.

La storia raccontata nei "Figli degli uomini" insegna che la speranza è sempre possibile, proprio perché la vita riesce a venire al mondo anche dalla persona più in difficoltà e nelle peggiori condizioni possibili. Ma questo, in effetti, non è stato un film a insegnarlo all’umanità.

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