Inchiesta. Unioni civili, i dubbi dei senatori dem


Roberta d’Angelo giovedì 14 gennaio 2016
Nessuno vuole lasciare spazio a «sentenze creative» dei giudici, come sulla legge 40. La linea espressa da Renzi, però, incide sulla «libertà di coscienza» decisa successivamente.
Unioni civili, i 4 punti fermi dei giuristi
C’è chi ha ancora dubbi, e ci sono molte certezze. C’è il timore che una parte delle magistratura a suon di sentenze 'creative' (come quelle contro la legge 40) e con la disapplicazione di norme (come quella che vieta la pratica dell’utero in affitto) finisca per colmare il vuoto normativo su una «realtà esistente ancora da gestire» indicato dalla Corte costituzionale nel 2010. E c’è chi vorrebbe che fosse il partito a decidere. Magari anche per togliere le castagne dal fuoco alla «coscienza» dei singoli parlamentari, a cui il premier-segretario del Pd dice di voler lasciare pieno spazio. Così cominciano a scegliere i pochi incerti e prendono posizione i 112 senatori dem che il 28 gennaio si troveranno di fronte al testo (ex) Cirinnà che regolamenta le unioni civili e, se non ci saranno saggi ripensamenti, introduce anche la stepchild adoption, che di fatto consente anche alle coppie omosessuali l’adozione dei figli. E, nel caso, dovranno misurarsi anche all’emendamento sull’affido rafforzato, che consentirebbe al figlio di decidere al compimento dei 18 anni, e intorno al quale si sono raccolte una trentina di adesioni. Interpellati singolarmente, i senatori del Pd sono per lo più propensi a credere che l’inserimento della stepchild sia «un compromesso valido», ma nessuno si dice apertamente favorevole all’utero in affitto. Anzi, per lo più c’è il timore del ricorso alla cosiddetta maternità surrogata. E però quanti sono pronti a votare per la soluzione Cirinnà (più o meno una ottantina sembra convinta) non vedono «l’automatismo » con il ricorso «a una pratica vieta- ta in Italia». Nonostante questo, comunque, la delicatezza della questione viene riconosciuta da tutti, così come l’intreccio tra questa e la fecondazione eterologa. Insomma, se il premier-segretario dovesse trovare una 'via di uscita' con maggiori garanzie, non sono pochi quelli pronti a rifletterci. Ignazio Angioni, per esempio, voterebbe sì per la stepchild, ma è pronto a «un approfondimento sull’affido rafforzato». Daniele Gaetano Borioli, altro sostenitore del testo Cirinnà, considera «indispensabile la libertà di coscienza su questo punto. Le sensibilità sono diverse, al di là dei rapporti tra maggioranza e minoranza, e sono certo che la sintesi sarà più vicina e aderente al sentire del Paese». Così Claudio Broglia: «Tendenzialmente sono per il compromesso raggiunto, ma attendo le indicazioni o la discussione nel gruppo». Felice Casson, invece, ironizza sulla libertà di coscienza: «Io voto sempre secondo coscienza ». Ma se oggi l’orientamento è per il testo che approderà in aula, l’ex magistrato attende il dibattito in aula per una decisione definitiva. Non ha dubbi Josefa Idem: «Io sono per le massime concessioni » alle coppie gay. Chi è ancora 'convintamente' indeciso è Paolo Corsini, che considera «dovuta» la libertà di coscienza su un tema così delicato: «Non può esserci vincolo di partito su una legge che mette in questione valori, princìpi, moralità...». E allora è vero che «i diritti del bambino sono un valore assoluto », ma «qui si finisce per legittimare o anche solo incrementare una pratica rispetto alla quale ho dubbi molto forti. Per questo non riesco a darmi una risposta, neppure dopo aver ascoltato il parere di colleghi universitari su aspetti psicologici e pedagogici». Il rischio, dice, «è di non trovare una soluzione rispetto a diritti confliggenti ». Erica D’Adda, ancora, vede la legge Cirinnà come un punto di equilibrio e cerca una soluzione a «una situazione che già esiste e va gestita. La legge non è una diminutio del valore della famiglia, perché non introduce parità con il matrimonio», continua convinta. A fronte dei sì, però, c’è chi ha già ampiamente dibattuto in questi mesi per andare oltre il testo su cui la commissione non ha comunque trovato un accordo. E raccoglie consensi (per il momento, come detto, sono una trentina), o anche solo curiosità in attesa della stesura definitiva, l’emendamento promosso nell’area cattolica dem sull’affido rafforzato, per scongiurare il ricorso alla maternità surrogata (sia pure all’estero). Su questo il lavoro è stato molto meticoloso, spiegano i firmatari della proposta. L’auspicio, dice la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, è che «possa essere un punto di incontro condiviso dalla maggioranza». Basterebbe, è certa, «una piccola trasformazione del testo, per avere il consenso dei colleghi di Ncd. Si possono fare ulteriori aggiustamenti sulle regole per i bambini già nati. Sono margini ulteriori che vanno percorsi fino in fondo, nel rispetto delle sensibilità che ci sono nel Paese». Se Di Giorgi allarga gli orizzonti, Roberto Cociancich guarda all’unità del partito. E però non si accontenta della soluzione Cirinnà e vorrebbe un più ampio consenso per tenere unito il Pd su una via che non contempli la stepchild. Più critico Pietro Ichino, certo che sia stato «indebitamente enfatizzato» il timore del ricorso all’utero in affitto – che pure almeno una ventina di senatori dem non vedono come un automatismo, nel caso di approvazione della legge, o che pensano di poter frenare con provvedimenti ad hoc –. Tuttavia per il giuslavorista «l’affido rafforzato è una ipotesi da prendere in considerazione, in base a come sarà formulato l’emendamento, avendo come unica bussola quella dell’interesse del bambino. Ma non subordino il mio voto favorevole sul disegno di legge alla soluzione della questione stepchild».
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