Il procuratore Cascone. «Tribunali dei minorenni, garanzia per i deboli»


Luciano Moia sabato 18 marzo 2017
Se venissero smantellati, si perderebbero competenze che sono al servizio dei ragazzi e delle famiglie più fragili. Troppo spesso il minore non ha voce e non conosce i propri diritti
Ciro Cascone

Ciro Cascone

Sul tema sempre più urgente della soppressione dei Tribunali per i minorenni, riproponiamo l'ampia e approfondita intervista concessaci dal procuratore del Tribunale dei minorenni di Milano, Ciro Cascone, pubblicata sul numero di febbraio del nostro mensile "Noi famiglia & vita"

I tribunali per i minorenni sono un fiore all’occhiello della Giustizia italiana. Sono un presidio di tutela per i ragazzi e per le famiglie più fragili. Sono una ricchezza sociale che sarebbe un errore gravissimo smantellare. Ecco perché il disegno di legge sulla riforma del processo civile che delega al Governo l’abolizione dei Tribunali per i minorenni (vedi articolo a destra) va fermato. Ne è convinto Ciro Cascone, procuratore del Tribunale per i minorenni di Milano.


Procuratore Cascone, quale conseguenze avrebbe l’abolizione dei tribunali e delle procure per i minorenni?
La conseguenza principale sarebbe la scomparsa della cultura minorile creatasi e consolidatasi in Italia grazie alla presenza di un tribunale specializzato, con magistrati che esercitano questa funzione in via esclusiva, che vengono affiancati da giudici onorari esperti. La presenza degli esperti è indispensabile a garantire l’effettiva specializzazione del giudice e la concreta capacità di entrare in relazione con i minori e i genitori, e non è surrogabile attraverso l’eventuale nomina, di volta in volta, di consulenti tecnici (i cui costi peraltro cadrebbero sulle parti, le quali non sempre saranno in grado di sostenerle, trattandosi spesso di fasce della popolazione che vive contesti di fragilità anche economica).


In concreto quali sono le criticità di questo progetto di riforma?
Innanzi tutto la scomparsa della procura minorile, primo avamposto nella raccolta ed esame delle segnalazioni relative ai minori in stato di abbandono, o che vivono situazioni di pregiudizio (abusi, maltrattamenti, inadeguatezza genitoriale, ecc.). Una carenza di competenza e di esclusività dell’organo requirente finirebbe per traghettare al Tribunale in modo pressoché automatico qualsiasi segnalazione, anche "bagatellare", con la prevedibile paralisi dell’organo giudicante e la conseguente reale mancata tutela dei soggetti più deboli. In questo modo, in luogo di creare una corsia preferenziale per i minori in difficoltà, si "affosserebbe" il giudice di questioni che un pm non esclusivo, e dunque scarsamente specializzato, non è stato messo in grado di apprezzare nella loro reale portata. Non va dimenticato che il minore in quella fase non ha un avvocato, non ha voce (se non quella del proprio disagio), non è neppure consapevole dei suoi diritti, ha accanto a sé delle figure adulte che quasi sempre fanno parte del "problema" o che non ne colgono la gravità. E allora sarà serio e concreto il rischio di "svuotamento" della cultura minorile, e quindi della Giustizia minorile italiana.


Qualcuno ha sottolineato anche il rischio legato al venir meno di risorse e di autonomia per la giustizia minorile. Sarà così?
La perdita di risorse destinate oggi alla giustizia minorile sarà inevitabile. I fondi saranno consegnati indiscriminatamente alle logiche della giustizia ordinaria, nelle quali prevarrebbero le istanze di smaltimento dell’arretrato dei processi ordinari, compromettendo in concreto la necessità di intervenire in modo tempestivo ed efficace nella protezione dell’infanzia.
E anche per quanto riguarda la perdita dell’autonomia organizzativa dei dirigenti degli Uffici minorili e della rappresentanza esterna nei confronti degli enti locali e dei servizi sociosanitari il rischio è evidente. Con enti e servizi la giustizia minorile interloquisce continuamente anche mediante la stipula di protocolli, per adottare modelli operativi funzionali ed efficaci nelle diverse realtà territoriali.


D’altra parte anche i servizi sociali non se la passano molto bene da qualche anno a questa parte...
Purtroppo i servizi hanno subito in questi anni tagli molto pesanti alle risorse da destinare alla protezione dell’infanzia, e l’indebolimento del ruolo chiave dell’autorità giudiziaria minorile pregiudicherà ulteriormente il sistema, comportando di fatto che i diritti dei bambini e degli adolescenti - sempre più declamati dalle fonti sovranazionali e dal Parlamento - non potranno spesso essere tutelati in concreto, come invece richiesto non solo dal Comitato Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ma anche dalla Cedu, che ha più volte ribadito, al di là del contenuto formale dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile, l’esigenza di controllarne la tempestiva e compiuta esecuzione da parte dei servizi.


Quale strategie hanno prevalso nella legge che arriva ora al Senato?
La logica complessiva del disegno di legge appare unicamente riconducibile al tentativo indiscriminato e approssimativo di un risparmio nelle spese. L’obiettivo contrasta con le raccomandazioni del Comitato Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che ha espresso grande preoccupazione sulle risorse riservate alla tutela dell’infanzia nel nostro paese, raccomandando all’Italia di garantire che nell’attuale situazione finanziaria tutti i servizi per i minori siano protetti dai tagli e invitandola a destinare al sistema di giustizia minorile risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate.


Ma si tratterebbe di un risparmio autentico?
Purtroppo no. Nel sacrificare le esigenze di specializzazione nell’intervento a tutela dei minori, la riforma neanche riuscirebbe a realizzare alcun risparmio per l’erario, perché penalizza soprattutto il lavoro delle procure minorili, che oggi svolgono una fondamentale attività di interlocuzione con i servizi e di filtro prima dell’intervento dei tribunali minorili, consentendo in moltissimi casi di evitare l’intervento giurisdizionale e di riservarlo ai soli casi nei quali è realmente necessario, facendo così risparmiare sugli oneri connessi al patrocinio a spese dello Stato. Va evidenziato che lo stesso Ministro della Giustizia, nella relazione annuale al Parlamento (https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_15_7.page), ha riconosciuto gli ottimi risultati della giustizia minorile, sia nel campo civile (dove nell’ultimo anno vi è stato un aumento dei procedimenti del 10%, passati da 51.712 a 56.870, segno evidente di una "sofferenza sociale" che esige risposte puntuali) sia soprattutto in quello penale dove, si legge, "Il consolidamento di una cultura che pone i diritti dei minori al centro di tutte le attività processuali che a vario titolo li vedono protagonisti, ha condotto ad eccellenti risultati, come dimostrato dalle recenti rilevazioni statistiche che indicano l’Italia come il Paese con il più basso tasso di delinquenza minorile rispetto agli altri paesi dell’Ue ed agli Stati Uniti. Tale effetto è certamente da ricondursi all’efficacia sia programmi di prevenzione adottati, che delle misure trattamentali alternative alla detenzione".


Invece di procedere all’abolizione, non sarebbe stata più semplice una riforma per intervenire sui problemi più urgenti? Quali sono a suo parere?
Occorrerebbe innanzi tutto chiarire i criteri che distinguono l’attribuzione della competenza fra tribunale ordinario e tribunale per i minorenni, attualmente previsti da una norma (articolo 38 delle disposizioni di attuazione al codice civile) la cui formulazione, introdotta nel 2012, è pressoché incomprensibile e crea gravi disagi interpretativi nell’attività giudiziaria. Altro intervento estremamente opportuno sarebbe quello di attribuire ai tribunali minorili l’intera materia relativa ai minori stranieri non accompagnati. Questo settore costituisce una vera e propria emergenza nel nostro paese ed è attualmente frammentato fra l’intervento del tribunale per i minorenni (competente per la ratifica delle misure di accoglienza) e quello del giudice tutelare (competente per la nomina del tutore). Sarebbe semplice ed estremamente opportuno attribuire tutta la materia, che richiede per sua natura l’intervento unitario di un giudice specializzato, ai tribunali per i minorenni, che anche per la loro composizione mista sarebbero certamente in grado di occuparsene in modo più efficace.


Quali tipi di interventi (adozioni, figli contesi, abusi, sorveglianza delle comunità, ecc) finirebbero per sopportare le conseguenze più gravi da un’eventuale soppressione?
Ne risentirebbero tutti gli interventi a tutela dei minori, in quanto alla lunga verrebbe a modificarsi l’approccio verso tale materia, conseguenza diretta di una caduta di specializzazione dei magistrati (giudici e soprattutto pubblici ministeri) addetti a questo fondamentale e delicato settore. La conseguenza, quindi, sarebbe minore attenzione e minore tutela verso l’interesse dei bambini e degli adolescenti, specialmente quelli più svantaggiati.

Cosa ha impedito di arrivare alla creazione di quell’auspicato "tribunale della famiglia" che avrebbe dovuto accorpare tutte le necessità relative a genitori e figli?
Essenzialmente, credo, ragioni legate al timore di costi, preferendosi da decenni in Italia ricorrere alle riforme "a costo zero" (che spesso conducono però a risultati "sotto zero"!). I presupposti per la creazione di un tribunale unico della persona, dei minori e delle relazioni familiari vi sono tutti, e da anni viene invocato dai magistrati minorili per primi. Adesso anche la maggior parte dell’avvocatura specializzata sembra convergere su una tale ipotesi, che rappresenta l’unica soluzione efficace.
Il modello ordinamentale di riferimento è quello del Tribunale di Sorveglianza, strutturato su un doppio livello distrettuale e circondariale (in modo da assicurare il principio di prossimità territoriale), con la costituzione di un Ufficio autonomo del Pubblico Ministero presso l’organo giudicante distrettuale. In tal modo non ci sarebbe la frammentarietà e dispersione di competenze attuali tra diversi giudici (tribunale minorenni, tribunale ordinario, giudice tutelare), vi sarebbe un unico rito processuale applicabile, vi sarebbero un giudice ed un pubblico ministero altamente specializzati.


Cosa risponde a chi sostiene che in realtà la soppressione dei tribunali porterebbe ordine nella giustizia minorile ora in mano ad assistenti sociali e psicologi?
Chi afferma ciò non conosce evidentemente i sistemi ed i meccanismi di funzionamento della giustizia minorile, che non è assolutamente in mano ad assistenti sociali e psicologi, ma rischia di esserlo in futuro se passerà questa riforma, in quanto ad una perdita di centralità e di specializzazione del giudice corrisponderà un ruolo accresciuto dei consulenti tecnici, con il rischio concreto di orientare in qualche modo anche le decisioni giudiziarie.


Le associazioni dei genitori separati hanno spesso lamentato il fatto che il lavoro dei cosiddetti "consulenti della giustizia" non venga monitorato da nessuno, nemmeno dal giudice che dà loro incarichi peritali e/o di supporto ai minori. E che non esistono Protocolli d’intesa vincolanti giudici, servizi sociali, ctu… C’è del vero in queste accuse?
Assolutamente no. Il tema posto dalla domanda attiene essenzialmente al settore delle separazioni e divorzi gestito dai tribunali ordinari, dove esistono ormai protocolli ben definiti per l’effettuazione e la valutazione di consulenze tecniche. Teniamo presente che quando un giudice decide c’è sempre (almeno) una parte che non gradisce la decisione e protesta. L’aspetto più preoccupante è che sembra affermarsi oggi una lettura che pone al centro le esigenze e dunque i pretesi diritti degli adulti, relegando l’interesse dei minori in secondo piano, soccombente rispetto a quello degli adulti.


In concreto questo atteggiamento che conseguenza ha avuto?
Quanto ai servizi sociali, in realtà gli uffici giudiziari hanno da sempre stipulato protocolli: Milano ad esempio ne ha tuttora diversi in corso anche in materia di affidamento dei minori all’ente. Si registra invece da parte dei genitori interessati una scarsa conoscenza della legge 241 del 1990 che regola il procedimento amministrativo gestito dai servizi. Pertanto in tantissimi casi pervengono al giudice istanze amministrative che invece dovevano essere rivolte secondo la legge sul procedimento citata direttamente all’ente competente. Su questo versante il clima di insoddisfazione nasce da questa ahimè scarsa conoscenza da parte dell’interlocutore della normativa applicabile. È auspicabile quindi che ci si rivolga anche a professionisti competenti e specializzati. Non può comunque non segnalarsi come spesso i servizi sociali vengano duramente contestati solo per aver assunto una posizione diversa da quella suggerita dall’interessato e risultata palesemente contraria all’interesse del minore. Manca spesso una consapevolezza in capo al genitore del suo agire in modo pregiudizievole ai figli.


Le tante perplessità emerse in questi anni sull’opera dei consulenti hanno qualche fondamento?
Probabilmente anche in questo caso c’è una scarsa conoscenza vuoi del dato normativo vuoi della sua applicazione. In primo luogo sussiste obbligo di turnazione degli incarichi il cui rispetto è oggetto di vigilanza da parte del presidente del tribunale. In secondo luogo almeno per Milano così come per altri uffici, la prassi è nel senso di acquisire integralmente il curriculum del professionista iscritto all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio. Andrebbe poi segnalato che spesso, molto spesso, le conclusioni del consulente d’ufficio sono addirittura condivise dai consulenti di parte! Anche in questo caso quindi la insoddisfazione dei genitori spesso nasce dall’incapacità di accettare la decisione più opportuna per l’interesse del bambino.


Condivide la posizione di chi sostiene che i problemi dei tribunali per i minorenni vanno di pari passo con la crisi dei modelli familiari?
Il giudice, i servizi sociali, i consulenti agiscono in via residuale: quando i genitori scelgono di non decidere per i loro figli e danno sfogo al conflitto e quindi al processo. Sono loro a scegliere la macchina risolutiva del conflitto che poi criticano per le decisioni che emette. Basterebbe allora scegliere di comporre la lite con un accordo rispondente agli interessi del minori avvalendosi eventualmente della mediazione familiare o della negoziazione assistita. Ma questo avviene raramente. Una cultura della mediazione probabilmente è quello che manca ancora oggi nei genitori che litigano. Come dicevo sopra, questo tema ha altre implicazioni, relative alle risorse e capacità di intervento del sistema dei servizi sociosanitari, sempre più depotenziato per esigenze di spesa. È evidente allora che l’attenzione va spostata sulla tenuta del sistema di protezione sociale e sulla mancanza di adeguate risorse destinate al sostegno della famiglia, nonostante i proclami astratti che vengono fatti da più parti.

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