sabato 3 febbraio 2018
Il bioingegnere Maria Chiara Carrozza, nuovo direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, che è Irccs per la medicina della riabilitazione: «Puntiamo a validare percorsi terapeutici innovativi»
«Robotica e terapie hi-tech per gli ultimi»

«La Fondazione Don Gnocchi mette a disposizione dei pa­zienti più fragili o che ri­schiano di essere trascurati le tecnologie più avanzate. In più la sua distribuzione sul territorio nazionale consente di reclutare un gran numero di soggetti per sperimentare e va­lidare scientificamente i protocolli di cu­ra per offrirli poi alla sanità nazionale, che è il compito proprio di ogni Istitu­to di ricovero e cura a carattere scientifi­co (Irccs)». Maria Chiara Carrozza, 52 anni, di Pisa, è da poche settimane di­rettore scientifico della Fondazione Don Carlo Gnocchi onlus: laureata in fisica e docente di Bioingegneria industriale al­la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui è stata anche rettore, è stata ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (Miur) del governo Letta, ha fatto ricer­ca ponte tra neuroscienze e robotica, fon­dato una start-up e si è occupata di pro­tezione della proprietà intellettuale; dal novembre 2016 è anche presidente del Gruppo nazionale bioingegneria.

Dal curriculum sembrerebbe la perso­na giusta al posto giusto, è così?


Sono venuta qui spinta da una forte mo­tivazione, perché conosco la Fondazio­ne da quando ho favorito la convenzio­ne tra la Scuola superiore Sant’Anna con il Centro Don Gnocchi di Firenze. Ab­biamo creato un laboratorio congiunto (MARe Lab), dove ho lavorato come ri­cercatrice. Mi sento di continuare la lun­ga tradizione di collaborazione tra la bioingegneria italiana e la Fondazione Don Gnocchi. L’esperienza che ora af­fronto rappresenta un po’ il completa­mento del mio percorso nella bioinge­gneria: la ricerca traslazionale punta in­fatti a portare i suoi risultati direttamente a beneficio del paziente, nel suo percor­so di riabilitazione, per accompagnarlo al recupero della sua vita sociale, affetti­va, lavorativa, limitando anche i costi per la famiglia e per la società.

La tecnologia robotica in ambito sa­nitario è un aiuto o rischia di snatura­re la relazione di cura?

La Fondazione Don Gnocchi ha una grandissima forza che è l’etica della cen­tralità della persona, concentrandosi sui suoi bisogni piuttosto che sull’aspetto scientifico puro. L’obiettivo della tecno­logia è trasformarsi in un protocollo di riabilitazione: se per un ictus un paziente subisce un’emiparesi, il terapista lo aiu­ta con una ginnastica specifica, per e­sempio a recuperare il movimento del braccio. Questo esercizio può essere fat­to anche con il supporto di una mac­china: il paziente indossa un manipola­
tore e, sotto la supervisione del terapi­sta, viene stimolato a compiere movi­menti attraverso un’interfaccia specifico o un videogame. Il braccio robotico mi­sura esattamente la forza esercitata, il movimento residuo e fornisce al terapi­sta – che resta al centro del programma di riabilitazione – una serie di parame­tri utili. Fino a quando il soggetto riap­prenderà il movimento corretto e riu­scirà a compierlo in modo autonomo. Centrale resta comunque l’intenzionalità da parte del paziente, non è mai un mo­vimento passivo: è anche una sfida co­gnitiva.

Quali risultati sono stati già ottenuti?

Di recente sono stati presentati a Roma i dati preliminari di una ricerca dei cen­tri Don Gnocchi che confermano l’effi­cacia della riabilitazione robotica o tec­nologicamente assistita. Però il percor­so è ancora lungo: vogliamo dimostra­re l’efficacia di questi strumenti molto potenti nelle mani del terapista. Il valo­re di questo studio sta nel fatto che ha riguardato 8-9 centri in Italia, coinvol­gendo un numero significativo di pa­zienti. Lo studio multicentrico è fonda­mentale per il processo di validazione delle terapie, da poter poi offrire alla sa­nità nazionale e regionale. E un altro punto di forza della Fondazione è pro­prio la sua presenza diffusa sul territo­rio nazionale (in nove regioni dal Pie­monte alla Basilicata,
ndr): questo per­mette anche di ridurre la disuguaglian­za sociale nell’accesso alle cure, portan­do la riabilitazione il più possibile vici­no a dove il paziente vive. La ricerca del­la Fondazione non riguarda solo la ro­botica, ma anche le nanotecnologie per la diagnostica, i marcatori per la sclero­si multipla, altre tecniche o terapie pu­ramente mediche, o di imaging biome­dicale, il neuroimaging.

Come vede quindi il suo compito di di­rettore della ricerca della Fondazione Don Gnocchi?

Sono affascinata dall’idea di trasforma­re categorie deboli in categorie che spe­rimentano gli strumenti più all’avan­guardia e che hanno la possibilità, con un piccolo sforzo, di vivere meglio una malattia o una disabilità, evitando che diventi causa di grande solitudine. Per­sone che per le loro disabilità sono con­siderate deboli e bisognose diventano protagoniste di un rilancio tecnologico e delle sperimentazioni più all’avan­guardia: le protesi per gli amputati sono sempre state molto semplici e uno stig­ma di disgrazia; oggi un ginocchio elet­tronico è un grande risultato della bioin­gegneria, con materiali sofisticati e stru­menti avveniristici come il neurocon­trollo. Mio obiettivo è quindi lavorare nella tradizione della Fondazione in que­sto ambito di malattie rare e neurode­generative, i cui pazienti sono spesso considerati solo un costo sociale e han­no a disposizione pochi farmaci e risor­se. La potenza del messaggio di don Gnocchi (che voleva poter offrire il me­glio ai suoi pazienti) è proprio rovescia­re la medaglia: trasformare un destino che sembra negativo e di marginalità in qualcosa che serve alla sperimentazione di nuova scienza e quindi farne un pun­to di forza.

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