sabato 27 novembre 2010
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Luca adesso è a casa, a Tarsia, nell’entroterra Cosentino. Lo ha voluto la sua famiglia: la mamma, il papà e il fratello Gianni, più piccolo di lui di quattro anni. Del resto, il professor Giuliano Dolce, direttore scientifico dell’Istituto Sant’Anna di Crotone, lo aveva detto anche a loro: le Suap, le unità speciali di accoglienza prolungata, servono solo per aiutare chi non riesce a prendere in carico i propri cari che si trovano in uno stato vegetativo o, come dice lui, in condizioni di «veglia arelazionale». Ma altrimenti, afferma Dolce, «queste persone non hanno bisogno di cure mediche». E a Luca, infatti, l’assistenza necessaria la garantisce la mamma, Maria Grazia: «Ho cambiato i miei ritmi – racconta la donna –. Al mattino vado a lavorare un po’ più tardi e nel frattempo sistemo Luca». Le giornate della famiglia Pizzi, in realtà, erano cambiate già da quel giorno del 2004 in cui qualcosa è andato storto in una sala operatoria: «Luca doveva sottoporsi a un intervento per ripulire le vie biliari ma non abbiamo mai saputo bene cosa sia successo» racconta Maria Grazia. La conseguenza è stata che il cervello del ragazzo è rimasto senza ossigeno troppo a lungo e i danni si sono rivelati gravissimi. Luca aveva 27 anni, all’epoca: «Doveva sposarsi, eravamo già andati a vedere i mobili insieme alla fidanzata», racconta la mamma. Invece la vita ha preso una piega diversa: prima un periodo di ricovero a Chieti, poi si è liberato un posto al Sant’Anna ed è iniziato l’iter che passa prima dalla sala risveglio e poi arriva all’unità di accoglienza prolungata. Maria Grazia è sempre rimasta vicina al suo primogenito: «Avevamo preso casa in affitto a Crotone: i medici e il personale erano molto attivi e premurosi, ma io non me la sentivo di lasciare mio figlio senza la presenza della sua famiglia. Con mio marito ci alternavamo, lui veniva appena poteva». Nel luglio del 2007 la decisione di riportare Luca a casa, presa in sintonia con i sanitari di Crotone: «Lui qui sta bene e noi siamo contenti di stargli accanto». Hanno imparato a medicarlo, hanno scoperto i movimenti più adatti per lavarlo e cambiarlo. Pure Gianni, che è sposato e vive poco distante, ogni giorno trova il modo di andare a trovare il fratello. E poi c’è l’équipe del Sant’Anna che riesce a rendersi presente anche a 150 chilometri di distanza: «I medici ci sono stati vicini in ogni fase – conferma Maria Grazia –. Ancora adesso la dottoressa Raso, la vice primario, ci segue e ci contatta anche solo per salutarci e farci sentire meno soli». Il rischio di sentirsi abbandonati, altrimenti, non sarebbe affatto da sottovalutare: aiuti istituzionali alla famiglia Pizzi non ne arrivano, neanche adesso che il papà di Luca è senza lavoro. «Lo Stato non ci sostiene affatto – rivela Maria Grazia – viene solo un medico a sostituire la cannula per l’alimentazione e proprio da poco, dopo tre anni e mezzo di richieste, siamo riusciti finalmente a ottenere che ci forniscano almeno i disinfettanti necessari per accudire nostro figlio». Ecco perché sentire pure promuovere in tv da Saviano e Fazio la scelta di Beppino Englaro è stata una ferita ulteriore per i familiari di Luca: «Non capisco perché si parli solo di lui – dice Maria Grazia –. Quello che ha fatto a sua figlia Eluana non lo condivido e non lo accetterò mai. Anch’io, da mamma, soffro nell’affrontare questa situazione. Non auguro a nessuno di confrontarsi con questi problemi, ma chi non si trova nelle nostre condizioni non può capire cosa proviamo. Ecco perché è importante che si racconti tutto: la nostra esistenza è rovinata, ma mio figlio è vivo. Perché gli si dovrebbe togliere l’acqua per farlo morire?» Si commuove, la signora Pizzi. Ma la sua voce torna subito ferma: «Luca morirà quando Dio vorrà. E io vi assicuro che finché avrò vita non permetterò a nessuno di toccarlo».
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