Il tema. Omogenitorialità? Tanti dubbi


LUCIANO MOIA venerdì 13 maggio 2016
Omogenitorialità? Tanti dubbi
Facile parlare di riforma delle adozioni. Ancora più facile se si mette da parte la realtà e si ragiona in modo ipotetico, se non ideologico. Facile affermare che in Italia e nel mondo esistono tantissimi bambini che attendono l’abbraccio delle 'nuove coppie', quelle omosessuali, per essere finalmente felici e per porre fine al loro disagio. Facile concludere che basterebbe qualche piccolo ritocco alla legge attuale, la 184 del 1993, per aprire la strada dell’adozione anche alle coppie omosessuali, come ha detto in modo esplicito l’altro ieri Micaela Campana, responsabileWelfare del Pd e relatrice della legge sulle unioni civili. Facile, sì. Ma sbagliato, perché un discorso simile sarebbe viziato dal più grave degli errori. Quello di ignorare la verità. Che è ben diversa da quella di chi vorrebbe promuovere una riforma aperta ai 'nuovi diritti' con l’obiettivo di risolvere i problemi dei minori senza famiglia e, allo stesso tempo, di accontentare i sostenitori dell’equiparazione globale tra matrimonio e unioni omosessuali. Qual è la verità allora? Innanzi tutto quella dei numeri. Ne abbiamo parlato spesso, ma vale la pena ricordarlo. In Italia tutti questi bambini da adottare non ci sono. L’ultimo dato (2014) parla di 1.397 bambini dichiarati 'adottabili' nel nostro Paese a fronte di 9.657 domande di adozione nazionale. Vero è che nelle strutture d’accoglienza e negli istituti vivono ancora oggi circa 400 minori adottabili che non è facile assegnare ad una famiglia. Sono ragazzi già adolescenti, quindi con un passato di sofferenza alle spalle che ha inciso sulla personalità. Non è mistero che la lunga permanenza negli istituti incida sullo sviluppo cognitivo e sulle capacità relazionali. Altrettanto complesso il discorso per l’adozione internazionale. Nel 2014 le domande di adozione internazionale sono state 3.584 (si tratta di una stima perché da oltre due anni la Cai, Commissione adozioni internazionali, non comunica più alcun dato) a fronte di un numero di bambini adottabili nel mondo che nessuno riesce a valutare con precisione. L’ultimo dato Unicef parlava di circa 190 milioni di bambini. Ma qui entrano in gioco le competenze degli enti autorizzati e gli accordi bilaterali tra gli Stati. Tutti aspetti che dovrebbero essere tenuti presenti in un progetto di riforma finalizzato a rivoluzionare la legge del 1983, a cui peraltro sono già state apportate modifiche sostanziali nel 2001 e nel 2015.   Nelle audizioni in corso alla Commissione Giustizia della Camera, associazioni ed esperti hanno fino a questo momento messo in luce soprattutto due emergenze. Da un lato l’immobilismo della Cai, che ha indotto non poche associazioni a chiedere il passaggio dell’intera gestione delle adozioni internazionali sotto la competenze della Cooperazione internazionale (ministero degli Esteri). Che le adozioni internazionali siano in calo in tutto il mondo è un dato di fatto. Il problema è capire quanto pesino fattori legati alla crisi economica e quanto, per esempio, legislazioni indulgenti verso le coppie omosessuali. È capitato per il Congo – e solo ora se ne sta faticosamente uscendo – ma anche per la Russia. Quanti altri Stati bloccherebbero le convenzioni se l’Italia, come capitato in altri Paesi occidentali, approvasse una legge sulle adozioni aperta anche alle unioni gay? Le altre indicazioni arrivate da esperti ed enti si sono concentrate in modo più specifico sulla riforma della legge: modifica del ruolo dei tribunali per i minori e abolizione delle sentenze di idoneità, snellimento dei tempi e riduzione dei costi, percorsi di accompagnamento delle coppie, cancellazione del cosiddetto affido sine die, creazione di quella banca dati nazionale annunciata già dalla riforma del 2001 e mai andata in porto. È stata poi sottolineata sia la necessità di intervenire sulla parte che riguarda la preparazione delle coppie all’adozione, sia quella che riguarda il post adozione. La formazione e l’accompagnamento delle coppie dovrebbero essere garantiti dagli enti locali ma i fondi da destinare al pianeta adozioni sono sempre meno. E così capita che non poche associazioni si siano incaricate di svolgere funzioni suppletive. Purtroppo, a pagamento.  A far da collegamento ai vari interventi la consapevolezza condivisa sulla complessità del processo adottivo, che rimane un percorso in salita, da valutare con attenzione e che sarebbe demagogico pensare di estendere a tutte le coppie, indistintamente. Perché sullo sfondo rimane, incombente, il rischio del fallimento. Gli ultimi dati ministeriali, riferiti al 2013, parlavano di una percentuale vicina al 4 per cento sul totale delle adozioni. Oggi i giudici minorili riferiscono di un’impennata di 'restituzioni' (termine bruttissimo) che, per quanto riguarda le adozioni nazionali sarebbe quasi doppia rispetto a quelle internazionali, e arriverebbe a sfiorare il 10 per cento. Evento catastrofico per la famiglia ma, ancora di più, per i bambini coinvolti. Perché è come se vivessero un’altra volta l’esperienza dell’abbandono. Situazioni delicate e dolorose in cui l’eventuale coinvolgimento di una coppia omosessuale non potrebbe, a parere della maggior parte degli esperti, che accrescere il peso delle tante incognite già presenti. E allora, sarebbe giusto infliggere a piccoli già tanto sfortunati questa nuova, bruciante sconfitta, solo per accontentare il desiderio di un figlio ad ogni costo?
© Riproduzione riservata

Famiglia e Vita

Francesco D’Agostino
Per molti anni il pensiero etico-sociale dei cattolici ha trovato nel termine "persona" e nell’orizzonte del "personalismo" il suo baricentro...