sabato 16 gennaio 2016
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A proposito di «unioni civili» e «stepchild adoption» Dopo l’appello del “Comitato Articolo29”, è arrivato un altro appellosottoscrizione di giuristi promosso dal “Centro Studi Livatino” sullo stesso argomento. E quest’ultimo documento mi pare più completo in quanto prende in esame il ddl «unioni civili» nella sua interezza e non soltanto nella parte che riguarda la «stepchild adoption». Naturalmente i due appelli e i relativi sottoscrittori sottolineano tesi incompatibili fra di loro e sarà il Parlamento a dare una risposta in ordine alla prevalenza dell’uno o dell’altro. Nel frattempo, approfittando della risonanza che mass media e social hanno, ciascuna delle due parti confliggenti tenta di influenzare coloro che voteranno; nella specie, i rappresentanti che abbiamo eletto alla cui personale coscienza la maggior parte dei partiti sembra stia affidando il “sì” o il “no” al disegno di legge cosiddetto Cirinnà. A questo riguardo, prescindendo dai contenuti degli appelli sopra indicati, mi sembra giusto fermare l’attenzione sulle prese di posizione di Roberto Colombo nell’editoriale dal titolo «La pretesa adultista» pubblicato su “Avvenire” di domenica 10 gennaio 2016 e di Cesare Mirabelli nell’intervista pubblicata ancora da “Avvenire” il 12 gennaio 2016. La domanda più significativa che Colombo e Mirabelli si pongono a proposito della adozione da parte della coppia dello stesso sesso mi sembra la seguente: è proprio vero che con quest’ultima adozione si favorisce il rapporto filiale? La risposta di entrambi è univoca: sono imprevedibili le conseguenze di una normativa che tenti di sconvolgere la realtà, per cui ogni bambino è figlio di un papà e di una mamma, e il costume sociale che ne è conseguito, mentre resta sconosciuto l’effetto della “filiazione” sociale da due papà o da due mamme.  Sta di fatto che, anche ammessa l’equiparabilità della convivenza delle persone omosessuali al matrimonio, resta oggettivamente impossibile che essa si manifesti sul piano della generazione senza ricorrere a nuovi strumenti normativi ab extra, cioè al di fuori dei soggetti naturalmente preposti alla generazione. In altri termini viene proposto a tutti i cittadini un “nuovo” esperimento sociale sui bambini. Le domande che seguono sono inevitabili: è ammissibile un simile esperimento senza valutare in anticipo quali possano essere le conseguenze dell’ipotizzata deliberata rimozione delle figure del padre o della madre? Non è forse vero che l’equiparazione giuridica di forme di unione che hanno peso molto diverso per la società può creare differenze e diseguaglianze sociali nelle concrete situazioni esistenziali? Quali saranno le difficoltà di questi minori che per ragioni di natura saranno sempre in forte minoranza? Non è necessario valutare quali possano essere i costi sociali allorché si manifesteranno i più diversi disagi? Sono domande che occorre porsi, alle quali ad oggi non è stata data alcuna risposta che invece è necessaria prima di intraprendere così delicati esperimenti e prima di varare una legge affrettata. In questo contesto, di fronte a tanto poderoso rullare di tamburi a opera delle organizzazioni gay a pretesa difesa dei bambini, occorre rispondere come ha fatto Cesare Mirabelli: «Siamo seri e cerchiamo di evitare ipocrisie.  L’obiettivo reale è soddisfare l’interesse di due partner di “completare” in qualche modo la loro unione solidale e affettiva con un bambino che sia considerato loro figlio». Segue che, per ottenere il risultato, è necessario ricorrere alla maternità surrogata, ovvero all’utero in affitto, o all’acquisto di seme maschile. Commerci sulla carta impossibili nel nostro Paese, ma possibili altrove. In particolare, come è noto, la legge 40 condanna espressamente chi affitta o aiuta ad affittare un utero in Italia, ma così non è in altri Stati. Risultato: nonostante venga dichiarato il falso avanti ai funzionari consolari italiani dello Stato estero e vengano consumate autentiche alterazioni di stato civile del minore, abbiamo assistito a una piccola serie di assoluzioni da parte di vari tribunali degli autori del reato per l’assenza di specifiche disposizioni normative. È stato giustamente rilevato che già oggi chi pratica la maternità surrogata ha grandi possibilità di farla franca. Quanto precede è sufficiente, da un lato, per dire di no alla «stepchild adoption»; e, dall’altro, posto che la maternità surrogata anche da parte femminile viene considerata una pratica illecita in quanto comporta la mercificazione del corpo della gestante, resta da riaffermare con decisione che non è vero che l’istituto in esame debba ricevere approvazione nell’interesse del minore ma occorre riconoscere, con serietà e senza ipocrisie, che la «stepchild adoption», è il semplice schermo dietro cui si nasconde il desiderio di procurarsi un figlio a ogni costo. *Condirettore di “Iustitia” e vicepresidente centrale dell’Unione giuristi cattolici italiani
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