giovedì 18 febbraio 2021
Nel Report dell'Istituto di statistica dati sempre più allarmanti sulla diminuzione delle nozze nel 2019. Sempre meno attrattive quelle religiose. Due su 3 al Nord e 1 su 3 al Sud sono con rito civile
Una coppia di sposi a Venezia

Una coppia di sposi a Venezia - Archivio Ansa

COMMENTA E CONDIVIDI

Quando le scorse settimane sono state diffuse le previsioni sul crollo dei matrimoni celebrati nel 2020, c’era chi faceva notare la scarsa credibilità di dati pesantemente condizionati dalla pandemia. Tutto vero. Le nozze registrate soprattutto nel secondo trimestre sono crollate dell’80 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019, mentre le unioni civili hanno visto un arretramento del 60%. Il fatto però che una diminuzione netta sia stata registrata già nel primo trimestre 2020, solo parzialmente toccato dall’emergenza Covid – diminuzione di circa il 20% rispetto allo stesso periodo del 2019 – dice che l’effetto pandemia non ha fatto altro che accelerare una tendenza già in atto e che, nel 2019, ha visto una nuova, sensibile, discesa. Secondo il Rapporto Istat nel 2019 sono stati celebrati in Italia 184.088 matrimoni, 11.690 in meno rispetto all’anno precedente (-6,0%). Il calo riguarda soprattutto i primi matrimoni. Scendono anche le seconde nozze o successive (-2,5%) ma aumenta la loro incidenza sul totale: ogni 5 celebrazioni almeno uno sposo è alle seconde nozze. (QUI IL REPORT DELL'ISTAT)

I divorzi diminuiscono leggermente (85.349, -13,9% rispetto al 2016, anno di massimo relativo) dopo il boom dovuto agli effetti delle norme introdotte nel 2014 e nel 2015 che hanno semplificato e velocizzato le procedure. Pressoché stabili le separazioni (97.474).

Diminuiscono anche le unioni civili. Nel 2019 sono state 2.297, rispetto alle 4.376 del 2017 (4.376) e alle 2.808 del 2018. A dimostrazione che siamo di fronte a una diffusa e persistente crisi delle relazioni che coinvolge tutti, al di là dell’orientamento sessuale.

Una tendenza all’incertezza, alla provvisorietà e all’instabilità che appare ancora più evidente osservando tre dati.
Il primo riguarda la crescita delle cosiddette libere unioni, quadruplicate negli ultimi dieci anni. Oggi secondo l’Istat sono quasi due milioni, ferma restando la difficoltà di calcolare il numero di persone che non intende registrarsi da nessuna parte. Come difficilmente misurabile – ma secondo l’Istat in rapido aumento – il numero delle convivenze prematrimoniali che sempre più spesso si protraggano sine die.

Il secondo elemento riguarda il numero delle separazioni che rappresenta oltre il 50 per cento di quello dei matrimoni. Vuol dire che in media un matrimonio su due è destinato a naufragare. E si tratta di un elemento scoraggiante per chi guarda a un progetto d’amore per sempre.
Il terzo dato su cui riflettere è il nuovo arretramento dei matrimoni religiosi. Nel 2019 sono stati celebrati con rito civile 2 su 3 matrimoni al Nord e uno su tre al Sud. È vero che questo rapporto va letto insieme al dato complessivo che indica come il crollo più sensibile sia quello dei primi matrimoni di giovani sotto i 30 anni – coloro che statisticamente continuano a guardare favorevolmente, pur variazioni regionali, alle nozze in chiesa – ma la decrescita non può non interrogare. C’è qualcosa da rivedere nella pastorale? Come mai un numero crescente di fidanzati considera sempre meno attrattivo il matrimonio sacramento? Come fare per invertire la tendenza?

Ancora in crisi i primi matrimoni

Dal 2008 (anno che precede le varie modifiche legislative appena illustrate e che segna l’inizio della recessione economica), i matrimoni tra celibi e nubili sono passati da 212 mila a poco più di 146 mila. Nel 2019 si registra un nuovo minimo relativo delle prime nozze rispetto a quello osservato nel 2017 (152.500).
Nella maggior parte dei casi i primi matrimoni riguardano sposi entrambi italiani (84,5%), in forte flessione rispetto al 2008: da 185.749 a 123.509 nel 2019 (-33,5%).

Sempre più tardi le prime nozze

Il calo dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che quadruplicate dal 1998-1999 al 2018-2019, passando da circa 340 mila a 1 milione 370 mila. L’incremento dipende prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili (da 150 mila a 834 mila circa).
Le libere unioni sono sempre più diffuse anche nel caso di famiglie con figli; l’incidenza di bambini nati fuori del matrimonio è in continuo aumento: nel 2019 un nato su tre ha genitori non coniugati.
Sono in continuo aumento anche le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Più sposi stranieri al Centro e al Nord
La quota dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è notoriamente più elevata al Nord e al Centro. In queste due aree quasi un matrimonio su quattro ha almeno uno sposo straniero mentre nel Mezzogiorno questa tipologia di matrimoni è circa del 10%.
A livello regionale in cima alla graduatoria vi sono la provincia autonoma di Bolzano (32,4%), la Toscana (28,1%), l’Umbria (26,8%) e la Lombardia (25,3%).

Aumenta la quota di seconde nozze
Più aumenta l’instabilità coniugale più cresce la diffusione delle seconde nozze e delle famiglie ricostituite. Nel 2019, il 20,6% dei matrimoni riguarda almeno uno sposo alle seconde nozze (o successive) (13,8% nel 2008).
La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubile (12.928 nozze, il 7,0% dei matrimoni celebrati nel 2019); seguono le celebrazioni in cui è la sposa divorziata e lo sposo è celibe (5,9 %) e quelle in cui entrambi sono divorziati (5,6%).
Anche l’età media degli sposi al secondo matrimonio mostra un aumento consistente tra il 2008 e il 2019. L’età degli sposi precedentemente vedovi è passata da 61,2 anni a 70,9 e quella delle spose precedentemente vedove da 48,4 anni a 51,4. Analoga tendenza per gli sposi divorziati: nel 2019 gli sposi già divorziati hanno in media 54,9 anni e le spose già divorziate 47,2 anni (rispettivamente +6,8 anni per gli uomini e +4,6 per le donne rispetto al 2008).
Le percentuali più elevate di matrimoni con almeno uno sposo alle seconde nozze sul totale delle celebrazioni si osservano, nell’ordine, in Liguria (33,1%), Valle d’Aosta (32,3%), Friuli-Venezia Giulia (31,0%), Emilia-Romagna (29,4%) e Piemonte (29,0%). I matrimoni successivi al primo sono più diffusi laddove si registrano i tassi di divorzio più elevati, ovvero nelle regioni del Nord e del Centro.


© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI