giovedì 6 febbraio 2020
Il 46enne, affetto da distrofia muscolare, aveva annunciato la volontà di andare in Svizzera per l'eutanasia. Ma grazie alla vicinanza del vescovo di Vicenza e di tanti altri amici ha scelto la vita
Stefano Gheller in un frame di una videointervista alla Rai

Stefano Gheller in un frame di una videointervista alla Rai

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«La prima cura palliativa? La vicinanza umana che vince la solitudine». Così il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, dopo aver ascoltato Stefano Gheller, 46 anni, di Cassola, affetto dalla nascita da una grave forma di distrofia muscolare. A fine anno aveva annunciato di voler farla finita, sottoponendosi all’eutanasia in Svizzera. Il vescovo, attraverso il parroco, gli ha mandato a dire se desiderava incontrarlo, per raccontargli la sua fatica di vivere. Dopo questa visita, e dopo quella di altri amici, Stefano ha deciso: «Prima di morire, voglio provare a vivere».

Esprimendo due desideri: poter incontrare papa Francesco e andare a New York. «Giuseppe l’ho solo ascoltato, quando ha accettato di ricevermi. Mi ha raccontato la sua solitudine, la fatica di affrontare una notte dopo l’altra da solo, perché di notte non può permettersi un’assistenza (ce l’ha di giorno). La sua grande paura è che gli cada il sondino e di non poterlo raccogliere».

È dall’età di 14 anni che Stefano vive su una sedia a rotelle. Usa poche dita, comunica con il computer. «L’ho lasciato raccontare, il solo parlarmi lo rasserenava – dice Pizziol –. L’ho rassicurato che si sarebbero fatti vivi tanti amici e le istituzioni. E così è stato». «Tutte le testimonianze di affetto e vicinanza – dice ora Stefano – mi hanno fatto capire che forse la mia vita merita di più, che anch’io ho ancora il diritto di sognare».

Ora «aiutatemi ad andare a New York» chiede Stefano agli amici. «La visita del vescovo mi ha fatto bene al cuore – ammette –, gli ho chiesto di poter intercedere per un incontro col Papa: vorrei poter assistere a una udienza in piazza San Pietro, e mi ha detto che lo farà». «Certo che lo farò – assicura Pizziol –. Mi sono confermato in quest’esperienza che le cure palliative sono tutte necessarie, ma che la più esigita è la solidarietà, anzi la vicinanza, la prossimità: per non far sentire soli questi nostri fratelli».

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