giovedì 12 gennaio 2017
Una scelta sostenuta dalle autorità e realizzata con l'inseminazione artificiale.
Madri oltre i 60 anni, la Cina cerca figli anche così

Una settimana fa una donna cinese di 64 anni ha dato alla luce il secondo figlio, un maschio di 3,7 chili, dopo che il primo era deceduto tempo fa. Non è stata resa nota la ragione della morte del primogenito, mentre i media ufficiali hanno descritto con abbondanza di particolari elogiativi la vicenda della neo-mamma, senza diffonderne l’identità. La sua maternità infatti è stata segnalata come una scelta consapevole e del tutto individuale, tuttavia sostenuta dalle autorità, e che si è realizzata con l’inseminazione artificiale.

La vicenda che ha come teatro la città di Chengchun, nella provincia settentrionale di Jilin, non ha portato solo gioia in una famiglia "esemplare" per il potere di Pechino ma apre anche prospettive e interrogativi inediti per la stanca demografia cinese, che ora il governo vuole rilanciare per alimentare la crescita economica.

Non senza ostacoli, come ammesso anche nel caso della donna di Chengchun. «La famiglia ha subìto una forte pressione, sia mentale che fisica», ha ammesso l’ostetrica del locale ospedale universitario che ha seguito il parto, sia per i rischi della gravidanza e della nascita sia per l’inusualità dell’evento in un contesto tradizionale come quello cinese. Non a caso, al di là dell’agiografia ufficiale, ai media non è stato concesso di intervistare madre o padre del neonato, ma sono riusciti ad avere testimonianze sulla famiglia e sul periodo della gravidanza, come pure sulle modalità del parto, avvenuto con taglio cesareo. Insistente l’informazione sulla gioia della madre e sulla condivisione dell’esperienza da parte dello staff medico.

La nascita ha evidenziato anche un altro problema della demografia cinese. Le coppie che hanno perso l’unico figlio concesso loro dalla legge in vigore fino al 2015 (note come shidu in mandarino) sono diventate non solo simbolo del fallimento della politica repressiva ultra-trentennale ma anche a un fardello economico. Le famiglie shidu riconosciute ufficialmente sono circa un milione. Per legge hanno diritto a un indennizzo mensile che è insufficiente per la maggior parte non solo rispetto all’assistenza che avrebbero ricevuto – come da prassi confuciana – da un figlio maschio attivo ma anche sul piano psicologico. Non a caso le autorità stanno studiando una forma assicurativa per coppie con figli unici in giovane età che copra il rischio di un decesso.

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