sabato 30 agosto 2014
Sorpresa e sconcerto a Pordenone e in Friuli, nel mondo che crede ancora nella famiglia naturale. Una lesbica romana, libera professionista, ha procreato all’estero, attraverso la fecondazione eterologa assistita, una bambina che oggi ha 5 anni. La madre biologica fa coppia con un’altra donna, la madre cosiddetta sociale, che ha adottato la piccola, la cui nascita è stata programmata da entrambe. Il Tribunale dei minori di Roma ha riconosciuto l’adozione, che l’avvocato pordenonese Maria Antonia Pili, presidente dell’Associazione italiani avvocati per la famiglia, non ha mancato di rendere di pubblico dominio con incontenibile entusiasmo, definendolo il primo caso in Italia di «stepchild adoption» e precisando che le due mamme sono «felicissime». La coppia vive a Roma da 11 anni e si è “sposata” all’estero. In un convegno ha conosciuto la Pili che si è subito messa a disposizione per l’adozione della bambina da parte della partner della mamma. «Le due donne hanno dapprima intrapreso e portato a termine un percorso di procreazione eterologa all’estero e, dopo la nascita della bambina – spiega la legale – hanno stabilmente proseguito nel progetto di maternità condividendo con ottimi risultati compiti educativi ed assistenziali, nonché offrendo alla minore una solida base affettiva». Il ricorso è stato accolto sulla base della legge sull’adozione, che contempla casi particolari, ovvero - come spiega l’avvocato pordenonese - nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l’adulto, in questo caso genitore sociale, quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell’ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori. Non si deve parlare – cerca di tranquillizzare l’avvocato – di “coppia gay che adotta” ma piuttosto chiarire che “il criterio fondamentale è l’affetto che esiste tra la bambina e la persona che richiede l’adozione». Pili mette in conto, comunque, che la sentenza verrà impugnata. «I minori sono sempre da accogliere, proteggere, crescere con tutto l’impegno richiesto», premette monsignor Bruno Fabio Pighin, ordinario di diritto canonico alla Facoltà Pio X di Venezia e docente di bioetica teologica nel Seminario in Pordenone. Ma la legalizzazione di una situazione “abnorme” come questa «non si capisce come possa essere giustificata dal “superiore e preminente interesse del minore”, motivazione alla quale sembra essersi appellato il giudice. Infatti, la bimba in questione si trova ora priva della figura paterna, in mezzo a due “madri” ». Per monsignor Pighin, «la soluzione disposta è subdola perché la minore in realtà è “figlia del desiderio”, a prescindere dai suoi diritti, e figura come oggetto di appagamento degli interessi delle due donne, scardinando così le basi essenziali del matrimonio e della famiglia».Per l’avvocato Adriana Masotti, presidente del Cif di Udine, siamo in presenza, al di là di ogni altro aspetto, di «uno scavalcamento della giurisprudenza rispetto al dettato normativo, che non rispetta il democratico dibattito parlamentare».
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