giovedì 23 aprile 2020
L’elevatissimo tasso di decessi tra i meno giovani pone interrogativi etici ineludibili. Mostrando impietosamente che bisogna rivedere strutture inadeguate a una popolazione che invecchia
Un anziano in una Rsa milanese

Un anziano in una Rsa milanese - Fotogramma

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Una conversione di rotta della società per un’attenzione “vera” alle esigenze degli anziani, che non si limiti a rabbia e commozione. È il frutto che si spera emerga dall’analisi sulle circostanze che hanno permesso al Covid–19 di colpire tanto duramente la popolazione più anziana, causando la sofferenza e la morte di un gran numero di persone, negli ospedali e soprattutto nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa).

«Negli ultimi 50 anni l’età media si è allungata di una ventina d’anni – osserva Roberto Bernabei, direttore del Dipartimento di Scienze dell’invecchiamento dell’Irccs Policlinico Gemelli di Roma –. E continuiamo a guadagnare circa tre mesi ogni anno. Ma questo dato non ha provocato riflessioni nella società e nella politica. L’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978 ha trascurato proprio l’aspetto dell’invecchiamento. Dagli anni Ottanta con i miti dell’edonismo fino all’entusiasmo per il nuovo millennio, complice la televisione commerciale, abbiamo guardato sempre solo al successo, al fascino della gioventù e del benessere, trascurando che siamo diventati il Paese più vecchio del mondo con il Giappone: oggi un italiano su quattro ha più di 65 anni. Ma si è mai sentita una campagna elettorale che guardi alle esigenze di economia, sanità, tempo libero di questo 25% di cittadini?» «Sono state riservate poca attenzione e poche risorse agli anziani – conferma fra Marco Fabello, direttore della rivista “Fatebenefratelli” –. Anche il sistema della Rsa pesa soprattutto sulle famiglie, che devono pagare non poco. E quindi ci finiscono soprattutto coloro che hanno problemi di salute tali che non riescono a essere gestiti a casa».

Infatti, riferisce Bernabei, «solo il 2% degli over 65 è ricoverato in Rsa, poco più di 300mila persone. Tipicamente le persone più fragili, con età media di 85 anni e al 60% con problemi di demenza». «Nelle Rsa, che non sono ospedali, si svolge una vita in comunità di persone particolarmente fragili – aggiunge Pierantonio Muzzetto, coordinatore della Consulta deontologica della Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici –. Forse all’inizio può esserci stata un po’ di sottovalutazione corale, non si conosceva la forza della diffusione virale. Ma mai è venuta meno la professionalità dei medici e degli operatori sanitari nell’assistere le persone, indipendentemente dall’età, non seguendo indicazioni che, in altri Paesi, tendono a limitare o escludere dalle cure chi è sopra una certa soglia anagrafica o clinica. E l’abnegazione è confermata dai tanti medici che si sono ammalati, pagando di persona».

Crea impressione il numero dei morti: «Abbiamo perso migliaia di nonni, che erano il punto di riferimento di tantissimi nipotini. Le famiglie ne saranno impoverite – commenta fra Fabello –. Sono morti anche tanti preti: bisogna raccontare come hanno vissuto prima di morire, che sono morti perché hanno vissuto in un certo modo la vicinanza ai loro fedeli. Ed è stato indegno vedere tante persone morire sole, altrettanto doloroso vedere le bare caricate senza funzioni religiose, senza benedizioni, tranne poche circostanze. Senza dimenticare che nell’isolamento gli anziani soffrono di più. Non parliamo poi dei malati di Alzheimer, che hanno bisogno di camminare per vivere». «Serve un intervento della politica – riferisce Bernabei –. Nel 2003 era già suonato un campanello d’allarme con le ondate di calore che avevano ucciso qualche migliaio di persone, ma non ci abbiamo fatto caso. Il Covid– 19 invece è stato un pugno in faccia. Questi fragili che nessuno considerava si scopre che sono l’80% dei morti».

«Nelle case di riposo – lamenta Fabello – le misure di protezione sono arrivate dopo un mese che si chiedevano. E quelli che andavano protetti per primi lo sono stati per ultimi». Era noto che «nelle Rsa, ci sono ospiti che per età e patologie offrivano dal punto di vista immunitario minori resistenze al virus» puntualizza Muzzetto. «Dove sono concentrati i più fragili, al virus basta un saluto per ucciderli – aggiunge Bernabei –. Come si diceva nell’Ottocento, la polmonite è amica dei vecchi. Quel che è successo in Italia, è successo in tutto il mondo nelle Rsa: non c’è da fare processi agli operatori, ma a noi stessi che dell’invecchiamento non ci siamo occupati». «Il profondo senso etico della professione – osserva Muzzetto – si evidenzia nella cura di ogni persona, nel rispetto della deontologia: un medico che esclude non è un medico».

«Forse si potrà recuperare il valore di tenere i vecchi in casa – aggiunge Fabello –. L’anziano è quello che porta appartenenza, esperienza: la Chiesa deve continuare a mostrarsi capace di stare con i malati e con i più deboli fino all’ultimo ». «Già un anno fa il Gemelli –– conclude Bernabei – ha lanciato “Gemelli a casa” un servizio che viene incontro alle necessità della demografia e della mutata epidemiologia. Con il ministro della Salute e tutte le parti interessate bisogna dare vita agli stati generali dell’assistenza ai vecchi: certo, occorrono risorse perché se sono stati ridotti i posti letto, non si è però investito sul territorio per potenziare i servizi».

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