giovedì 9 aprile 2020
La rete di associazioni che puntano a estendere il ricorso alla pillola abortiva usa una tesi del tutto infondata Da Milano a Palermo, le interruzioni di gravidanza purtroppo proseguono.
«Il virus rende impossibile abortire». Gli ospedali smentiscono: «Falso»

Ansa

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Non è vero, ma ci credo. In tempi di fake news pandemiche, una domanda sull’attendibuilità delle affermazioni più rumorose e sorprendenti vale sempre la pena farsela. Specie quando c’è di mezzo la vita. Circola da qualche giorno una petizione che invoca «Misure urgenti in materia di interruzione volontaria di gravidanza per il contenimento e il contrasto del diffondersi della pandemia da Sars–Cov2 sull’intero territorio nazionale» a partire dalla considerazione che «durante questa fase di emergenza sanitaria se le donne incontrano difficoltà ad accedere ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza rischiano di superare i limiti temporali entro i quali la legge 194/78 prevede il diritto di interruzione». Un “se” ipotetico che però si trasforma in tesi inapellabile sull’asserito blocco degli aborti negli ospedali italiani per effetto dell’emergenza cui sono sottoposti. Eppure, basta un giro telefonico negli ospedali italiani per capire che questa affermazione è semplicemente falsa.

Nessun dubbio invece per le sigle firmatarie della lettera, indirizzata a Presidenza del Consiglio e Ministero della Salute (Pro–choice Rete italiana contraccezione e aborto, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione legge 194–Laiga, Associazione medici italiani contraccezione e aborto–Amica e Associazione vita di donna): occorre che «siano adottate misure urgenti per garantire a ogni donna, sull’intero territorio nazionale, l’accesso al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg)». La tesi è che in queste settimane le donne non possano abortire, o incontrino disservizi che rendono problematico abortire. Bisognerebbe quindi porre rimedio «privilegiando la procedura farmacologica», storica battaglia delle sigle firmatarie, con quattro richieste: estendere la scelta della pillola abortiva dalle attuali 7 a 9 settimane di gravidanza, eliminare l’obbligo di ricovero per la sua assunzione, coinvolgere nella somministrazione gli ambulatori, ricorrere alla telemedicina, sebbene solo «in relazione all’attuale stato di emergenza». In campo è anche una petizione di segno opposto lanciata da Pro Famiglia & Vita che chiede l’esclusione dell’aborto dalle «prestazioni indifferibili» che il Ministero della Salute ha inserito al punto 17 (su 27) della sua circolare del 30 marzo, recependo le indicazioni dettate il 13 marzo dall’Organizzazione mondiale della Sanità: «Le scelte e i diritti delle donne alla cura della salute sessuale e riproduttiva – si legge nel documento dell’Oms – andrebbero rispettate senza riguardo alla condizione di Covid–19, includendo accesso alla contraccezione e aborto sicuro».

Ma devvero in Italia «il virus blocca gli aborti», com’è capitato di leggere ieri? Siamo andati a verificarlo.
Partiamo da Milano: «All’inizio dell’emergenza la Regione ci ha dato disposizione di tenere aperte le attività ostetriche, ed è quello che stiamo facendo – afferma Enrico Ferrazzi, direttore dell’Ostetricia al Policlinico –. Abbiamo mantenuto la normale attività, garantiamo la possibilità di abortire, e il consultorio che rilascia i certificati è aperto. C’è solo una difficoltà nel programmare gli interventi chirurgici con liste d’attesa più lunghe, perché le sale operatorie sono state parzialmente chiuse per fornire supporto alle rianimazioni». Nessuno stop anche al San’Anna di Torino.


Non c’è ombra di disservizi: sostenere il contrario serve solo a ottenere l’estensione degli aborti farmacologici Il Ministero della Salute ha inserito le interruzioni di gravidanza nelle «prestazioni indifferibili», come disposto dall’Oms

«In un anno – spiega il direttore sanitario Grace Rabacchi – nel nostro ospedale avvengono circa 3.600 interruzioni volontarie di gravidanza. Stiamo assistendo, in linea con il resto del Paese, a un calo delle richieste, ma in queste settimane non c’è stata alcuna ulteriore riduzione. La nostra attività è proseguita normalmente». A Roma i grandi ospedali che offrono il servizio (San Camillo, Policlinico Umberto I, Sandro Pertini, Grassi, San Filippo Neri e San Giovanni) non hanno cancellato gli interventi. «Stiamo lavorando normalmente – afferma Maria Giovanna Salerno, direttore del Dipartimento Salute Donna e Bambino del San Camillo Forlanini – nel rispetto della nota del Ministero. Siamo centro di riferimento regionale, le pazienti possono rivolgersi a noi anche senza appuntamento e tutte le procedure di sicurezza sono garantite».

Solo il San Filippo Neri – fa sapere la Asl Roma 1 – dal 7 marzo ha momentaneamente trasferito il servizio presso il Sant’Anna Centro tutela della salute della donna e del bambino. Neppure a Bologna ci sono né ci sono stati rallentamenti o blocchi degli aborti nelle numerose strutture che afferiscono all’Ausl: Ospedali Maggiore e Bellaria del capoluogo, di Bentivoglio e tutta la rete dei consultori pubblici: «Si tratta infatti di interventi urgenti – spiega l’ufficio stampa dell’Azienda –, che devono sempre essere garantiti». «Non abbiamo modificato alcun assetto di risposta alle domanda di Ivg»: a dichiararlo è Claudio Gustavino, direttore di Ostetrica e ginecologia del Policlinico San Martino di Genova.

«Fin dall’inizio – precisa – abbiamo ricompreso le prestazioni chirurgiche di interruzione volontaria di gravidanza tra quelle non differibili in quanto abbiamo la responsabilità di garantire un servizio. E, fino a oggi, non ho avuto alcuna segnalazione di difficoltà ad accedere al servizio. Le uniche modifiche riguardano l’assetto degli interventi, non la nostra risposta». In particolare si è reso necessario ricoverare le pazienti che si devono sottoporre ad aborto chirurgico un giorno prima per effettuare il tampone per il Covid–19, un passaggio che in questa fase di emergenza riguarda tutti gli interventi indifferibili, e non solo le Ivg, a tutela delle pazienti e del personale sanitario.

E a Firenze? Al Policlinico di Careggi, principale ospedale della Toscana, gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza vengono effettuati regolarmente. Basta una telefonata al reparto di day surgery dove si svolgono gli interventi programmati, per sentirsi rispondere che il servizio non ha subito nessuna limitazione.

Stessa musica dall’altro capo del Paese, dove il direttore generale di Asl Taranto, Stefano Rossi, dichiara che «la pandemia da Covid–19 non ha limitato né complicato l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza: le pazienti sono informate e aggiornate. Il reparto di Ginecologia e Ostetricia e la rete consultoriale collaborano in piena sintonia, supportando e orientando le donne, garantendo loro un servizio che rientra nei servizi e nelle prestazioni del Sistema sanitario nazionale. All’Ospedale Santissima Annunziata è inoltre garantito un percorso del tutto autonomo e riservato per le donne». Neppure a Palermo risultano ritardi o sospensioni.

«Anche in questa emergenza l’ambulatorio per le Ivg ha continuato a funzionare e, una volta a settimana, sono state praticate le interruzioni in programma sia per via chirurgica che farmacologica» spiega il primario dell’Ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Civico Luigi Alio. In ambulatorio non è stato riscontrato alcun sovraffollamento, segno che in tutti gli ospedali cittadini il servizio è stato svolto regolarmente.

Ma a chi lancia proclami (e persegue un preciso obiettivo) interessa conoscere la realtà?

Hanno collaborato:
Riccardo Bigi, Elisabetta Gramolini, Marina Luzzi, Danilo Poggio,
Anna Sartea, Adriano Torti, Alessandra Turrisi e Chiara Unguendoli

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