mercoledì 11 aprile 2018
Il piccolo ha due anni e soffre di una grave malattia degenerativa del sistema nervoso. I macchinari potrebbero essere spenti presto
I giovanissimi genitori di Alfie Evans all'esterno dell'ospedale di Liverpool

I giovanissimi genitori di Alfie Evans all'esterno dell'ospedale di Liverpool

È stato l’ennesimo giudice dell’Alta Corte di Londra Anthony Paul Hayden a dire la parola fine alla vita di Alfie Evans, il piccolo che non ha neppure due anni ed è affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso.

La spina dei macchinari verrà staccata presto, forse anche domani, giovedì, ma nessuno che era presente alla dura sentenza di morte può dire il giorno e l’ora. La legge ha deciso così per proteggere i medici e gli infermieri dell’Alder Hey Children Hospital di Liverpool che hanno voluto a tutti i costi la fine del bambino ricorrendo alla legge per imporre ai genitori una data che non avrebbero mai voluto sul loro calendario. Si teme che l’”esercito di Alfie”, i centinaia di sostenitori che hanno fatto il tifo per la famiglia dai siti di social network e anche organizzando manifestazioni fuori dall’ospedale o suonando il clacson quando passavano vicino, insultino o addirittura compiano gesti violenti contro il personale dell’ospedale.

È rimasto inascoltato anche il tweet del Papa dei giorni scorsi, nei quali Francesco diceva di sperare “che possa essere fatto tutto il
necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo
Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori
possa essere ascoltata”.

Il giudice, dimostrando la stessa freddezza dei medici, ha dichiarato che la vita di Alfie era “futile”, “inutile”, perché il bambino era in stato vegetativo ovvero non più un essere umano. Piuttosto un oggetto o forse una macchina da trattare con strumenti sterilizzati, da mantenere a distanza, un corpo da osservare quasi sotto un microscopio. “Non andava bene dargli del cioccolato”, come ha fatto la mamma per vedere se il bambino reagiva, ha detto il giudice perché “il cioccolato sporca, interferisce con l’igiene dell’ospedale”.

In questo scarto tra la preoccupazione dei medici che tutto sia pulito e funzioni a perfezione e il desiderio della famiglia di rianimare quel bambino e ridargli vita sta il dramma del quale è stato protagonista Alfie.

L’avvocato Roger Kiska, del “Christian Legal Centre”, un centro di consulenza legale vicino al movimento per la vita, che ha rappresentato Tom Evans e Kate James, racconta il loro dolore per questa sconfitta e il coraggio con il quale hanno difeso fino alla fine la vita del loro piccolo.

E spiega che a nulla sono valse le ultime prove portate al giudice. I video con il bambino che lecca il cioccolato messo sulle sue labbra dalla mamma e sposta il viso quando un pettine viene accostato al suo naso. Dimostrazioni che non è vero che il suo cervello ha smesso di funzionare e Alfie si trova in stato vegetativo come hanno sempre sostenuto gli specialisti ai quali hanno creduto i giudici.

“Avevamo anche prove legali che Alfie non era sotto la tutela dello stato perché papà Tom e mamma Kate avevano tutti i diritti dei genitori e potevano spostare il bambino e trasportarlo a Roma all’ospedale Bambino Gesù oppure all’istituto neurologico Besta o anche a Monaco”, spiega Kiska, “Ma non sono servite a nulla. Ancora una volta lo stato ha preso il bambino come ostaggio violando i diritti della famiglia come capita sempre più spesso”.

Così Alfie raggiungerà Charlie Gard, l'altro neonato, ricoverato al famoso ospedale pediatrico “Great Ormond Children Hospital” di Londra, al quale sono stati staccati i supporti vitali lo scorso luglio e Isaiah Haastrup, il piccolo fatto morire a marzo al King’s College Hospital di Londra.

Di loro si ricorderanno i visetti intubati e ancora vivi e la determinazione dei genitori a mantenerli in vita. Così papà Tom, 21 anni, e mamma Kate, 20, chiedevano solo di poter trasferire il figlio in un altro ospedale dove lo si accompagni alla morte naturale per effetto della malattia, evitando una fine per soffocamento che sarebbe la conseguenza ovvia della sospensione della respirazione assistita, pur sotto sedazione e in un hospice attrezzato. Già da tempo l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha risposto all’appello dei genitori, offrendo la propria disponibilità a ricoverare il bambino, una mano tesa alla quale si è affiancata quella di un altro prestigioso centro clinico italiano, l’Istituto neurologico Besta di Milano, che al sondaggio di emissari della famiglia ha risposto offrendo la competenza di un’équipe multidisciplinare alla quale potrebbe essere affidato l’esame della documentazione clinica del piccolo.

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