venerdì 15 gennaio 2016
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Caro direttore, la «stepchild adoption» non è un problema dei cattolici, perché riguarda profondamente valori culturali e di civiltà. A chi giova alzare le barricate fra cattolici e non? I cattolici in politica impegnano se stessi e la loro coscienza, ma non la Chiesa. Anche per questo mi sembra corretto che la Cei non si confonda con un libero movimento di piazza. Del resto l’intervista di monsignor Nunzio Galantino al “Corriere della sera” di mercoledì 13 gennaio ha offerto, con pacatezza, elementi di condivisione. L’adozione, nella coppia di fatto, del figlio di uno dei partner coinvolge giuridicamente ed eticamente diversi protagonisti: l’altro genitore, col quale si è avuto il figlio e, se questo fosse invece frutto di un utero in affitto, anche il raggiro della legge vigente in Italia.  Inoltre, il nostro Codice Civile e il Codice Minorile, nonché la legge sulle adozioni, già oggi, garantiscono diritti e doveri da parte dei genitori legittimi, anche quando i figli siano entrati a far parte di altri nuclei familiari a seguito di separazioni o divorzi. Piuttosto che dibattiti ideologici è tempo di prendere atto delle conseguenze delle scelte che si compiono. Sono, qui, in gioco due pilastri della nostra civiltà: la indisponibilità della persona (sempre fine e mai mezzo!) e l’intangibilità dell’umanità. Nessuna democrazia ha il diritto, anche con il consenso più ampio, di mettere le mani sulle generazioni future. È interesse della società garantire, con diverso peso, i diritti civili individuali e quelli della comunità familiare che fonda la società. Il dibattito sulla necessità/utilità del riconoscimento delle coppie di fatto ha raggiunto un equilibrio che sarebbe inutilmente alterato dall’insistenza sulla «stepchild». È nota una sentenza della Corte costituzionale che definisce «incoercibile» il desiderio di diventare genitori. Si può e si deve osservare che esistono anche il diritto alla salute e altri diritti individuali e di interesse della società, che però non sono sempre esigibili nella loro integrità, perché bilanciati da valori prioritari. Non sono una novità i conflitti tra adulti sulla pelle dei figli. I minori devono avere la primazìa di tutela. A meno che da ora vogliamo stabilire una inversione di valori: che il diritto al figlio, a ogni costo, sia preminente rispetto al diritto del minore a una famiglia. Mariapia GaravagliaAbbiamo argomentato molto, cara presidente Garavaglia, sulla civile necessità di mantenere sempre ben fissa sul nostro orizzonte sociale la stella polare della «primazìa di tutela» dei bambini e sul dovere di contrastare con insuperabili divieti ogni tentativo di ridurre le persone e i loro corpi a “prodotti” e “merci” liberamente commerciabili nel gran mercato del mondo nel tempo della riproduzione umana artificiale. E credo che lei, in questa lettera, con argomentazioni laicissime e lontane mille miglia da ogni tentazione ideologica torni a indicare con efficacia uno dei nodi cruciali del processo legislativo che dovrebbe portare a regolare saggiamente le convivenze tra persone dello stesso sesso così come richiesto dalla sentenza 138/2010 della Corte costituzionale. È vero, verissimo, che l’impegno a “maneggiare” con cura, con assoluto rispetto, la vita dei figli e gli istituti delicati e preziosissimi dell’adozione e dell’affido non può essere considerato una questione “cattolica”. E come abbiamo documentato (basti pensare a quanto emerso nel convegno di magistrati e giuristi a Milano di cui abbiamo dato conto con l’articolo di Luciano Moia il 4 dicembre 2015 http://tinyurl.com/noesperimenti) quell’impegno è, infatti, condiviso da personalità attente e competenti che coltivano diverse visioni, ma condividono i princìpi di uno stesso umanesimo, quelli che danno base sia alla Costituzione della  Repubblica sia alle grandi Dichiarazioni e Convenzioni internazionali sui diritti fondamentali dell’uomo, della donna e del bambino. Per questo mi sono detto anch’io favorevole ad affrontare la questione della «stepchild adoption» non nel cosiddetto ddl Cirinnà bensì nell’ambito di una necessaria e complessiva riflessione sulla legislazione in materia di adozione. Uno stralcio sarebbe, dunque, opportuno. Spero che i nostri legislatori si rendano conto che questa è la strada giusta, utile a evitare mal calcolate forzature e gravi infortuni. Una battuta, infine, sulla libera iniziativa di quanti (non solo da cattolici) si preparano a tornare in piazza per sostenere le ragioni della famiglia fondata sul matrimonio ex art. 29 della Costituzione. La considero una grande prova di passione civile e democratica e mi aspetto che sia vissuta così. Non ha sponsorizzazioni eccellenti? Come ha ricordato il segretario generale della Cei, riprendendo una fulminante espressione di papa Francesco, non c’è bisogno del “la” di «monsignori-piloti» perché i laici cristiani, assieme ad altri compagni di strada, si mobilitino per il bene comune, ma tutti sappiamo che, per chi si dice cattolico, l’ascolto e la condivisione attenti e generosi della parola e, aggiungo, dello stile del Papa e dei vescovi sono non solo importanti, ma – direi – naturali. Altrettanto importante – dal mio punto di vista, che sperimento essere assai vicino alla sensibilità di tanti credenti e non credenti – è che perciò ogni iniziativa e ogni battaglia mettano la chiarezza delle idee al servizio di uno spirito da “costruttori” di un domani più umano e più giusto per tutti. Un dovere tanto più incalzante in un tempo come questo. Marco Tarquinio
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