sabato 20 gennaio 2018
L'incontro di formazione organizzato dall'Ordine dei medici ha visto come relatori l'olandese Rob Jonquiere e lo svizzero Jerome Albert Sobel, fautori della pratica. Voci critiche tra i partecipanti.
Il corso «sdogana» l’eutanasia, ma i medici non ci stanno
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Si è svolto a Torino sabato 20 il discusso incontro di formazione organizzato dall’Ordine dei medici e dedicato agli aspetti clinici e normativi dell’eutanasia (coinvolto anche l’esponente radicale Silvio Viale). Davanti a una platea che a sorpresa ha accolto con notevole freddezza – e con domande pungenti – alcune opinioni espresse dagli esperti invitati per l’occasione, due tra i principali sostenitori delle pratiche eutanasiche a livello mondiale. L’olandese Rob Jonquiere (direttore esecutivo della Federazione mondiale delle associazioni del diritto a morire), nel suo intervento, ha proposto di non considerare «l’assistenza medica alla morte come atto che pone fine alla vita, quanto alla sofferenza». Pur ribadendo un qualche «fine umanitario», ha sottolineato che «è massima la spesa per seguire un malato negli ultimi tre mesi di vita» e che sono molto utili le campagne pro-eutanasia, anche con intere pagine di pubblicità sui giornali.
Lo svizzero Jerome Albert Sobel (presidente di Exit-Suisse Romande, in prima linea nel suicidio assistito ma in realtà otorino di professione, come qualche medico ha fatto notare), ha poi proposto un filmato con le interviste di chi era deciso a farla finita con la “pozione magica” (questo l’innocente termine utilizzato per indicare in realtà il cocktail mortale di barbiturici) e la registrazione integrale del suicidio assistito di una donna: scene commoventi, dalle quali emergeva soprattutto il timore per la sofferenza o per la solitudine. Sobel ha commentato, invece, che «se per la vita si rende conto agli altri, per la morte è giusto pensare a se stessi» e che «la morte migliore è quella che ci piace»: «Un 75enne sordo e cieco vive l’inferno sulla terra. Visto che non morirà per questo, se si rivolge a noi, siamo pronti ad aiutarlo». Ha ricordato, inoltre, che “gli estremisti” che hanno raccolto le firme contro il suicidio assistito sono stati sconfitti con un referendum e che i suoi iscritti continuano ad aumentare, con anziani che temono di non essere ascoltati dai famigliari e giovani che, praticando sport estremi, non «vogliono restare immobilizzati in caso di incidente».
Enrico Larghero, dell’Associazione medici cattolici, ha richiamato invece l’importanza del rapporto medico-paziente, basato sulla fiducia e sulla verità: «Non è certo una legge a risolvere le cose, ma un corretto atteggiamento di presa in carico del malato sotto ogni aspetto. Le persone, in realtà, temono di essere lasciate sole e tra atroci tormenti. Per questo il medico deve saperle accompagnare con trasparenza e vicinanza». Grande assente tra i relatori la figura di un palliativista, come ha ricordato Pietro Paolo Donadio, specialista in rianimazione: «Si pensa che l’unico modo per sottrarsi ad una morte indecente sia farsi sopprimere o quanto meno complilare delle Dat estremamente limitative e quasi autolesioniste. La vera “morte buona” è invece sempre possibile con un corretto utilizzo di cure palliative».

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