giovedì 16 gennaio 2020
Della morte di Giovanni Custodero, l'ex calciatore affetto da sarcoma osseo, si è molto parlato per la sua richiesta di sedazione profonda. Un tema su cui si espresse anche il Comitato di bioetica.
Giovanni Custodero

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La morte dell’ex calciatore Giovanni Custodero ha commosso tutti, incluso chi non lo seguiva nella sua attività sportiva. Ma ha fatto notizia anche perché il giovane, malato di sarcoma osseo, qualche giorno prima di morire è stato sottoposto a una sedazione profonda continua, che gli ha consentito di spegnersi senza dolore. Che un trattamento palliativo abbia tanta enfasi sui media la dice lunga sulla scarsa familiarità che ancora c’è nel nostro Paese con le cure palliative e la terapia del dolore; una conoscenza insufficiente che troppo spesso fa associare questa sedazione a percorsi eutanasici, quando invece si tratta di due questioni radicalmente differenti. Anche il Comitato nazionale per la Bioetica si è occupato della tematica in un parere del gennaio 2016, «Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte», senz’altro utile per chi volesse approfondire.
Va chiarito innanzitutto che la sedazione profonda continua fa parte delle cure palliative, e che i farmaci utilizzati sono completamente diversi da quelli somministrati per procurare la morte. Si tratta di sedativi che portano a una perdita della coscienza, e servono per eliminare una sofferenza dimostratasi intrattabile con altre terapie. Come tutti i trattamenti sanitari, la sedazione continua profonda non può essere somministrata "on demand", ma solo se sussistono le condizioni cliniche appropriate, e se sussistono tutte contemporaneamente: la persona malata deve essere nell’imminenza della morte (cioè ore o giorni di vita) e non genericamente in stato "terminale" (che può significare anche avere ancora mesi di vita), con una patologia inguaribile a uno stadio avanzato, e deve presentare sintomi "refrattari" alle terapie, cioè trovarsi in condizioni di sofferenza, fisica (ad esempio dolore o difficoltà di respirazione) o psichica (come profonda angoscia per la consapevolezza dell’avvicinarsi della fine), che non può essere alleviata con altri farmaci o trattamenti. Dovrebbe essere confortante sapere che il dolore si può sempre combattere con successo anche in prossimità della morte, come è avvenuto per Giovanni Custodero.
La confusione con l’eutanasia, invece, avviene perché non si pone l’accento sulle condizioni di appropriatezza clinica con cui questo trattamento può essere somministrato, quanto piuttosto sulla richiesta del paziente: molti racconti veicolati dai media parlano di persone (spesso famose) che hanno deciso di morire, anche rifiutando o interrompendo sostegni vitali come la ventilazione artificiale (chiamata spesso "forzata", per dare un senso di violenza al trattamento), chiedendo di essere prima sedati, addormentati con la sedazione profonda continua. Ma in questo modo cambiano completamente il significato e lo scopo della palliazione, soprattutto di quella che annulla la coscienza; anziché una protezione dalla sofferenza, viene percepita come il supporto necessario per chi chiede l’eutanasia, a prescindere da tutte le altre condizioni. Uno slittamento semantico che non aiuta la diffusione di buone pratiche mediche, ma è utile a far credere che esista un diritto a morire.

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