giovedì 30 gennaio 2014
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Calo demografico, procreazione assistita, disabilità, eutanasia. La 36ª Giornata nazionale per la vita che si celebrerà domenica, e che era nata proprio per promuovere e sostenere la vita nascente messa in pericolo dalla legalizzazione dell’aborto, richiama oggi ad un maggiore senso di responsabilità a sostegno di tutte le fasi dell’esistenza, dal concepimento alla fine. «La società tutta – si legge nel messaggio del Consiglio episcopale italiano, sul tema "Generare futuro"– è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, a cominciare da quella palestra decisiva per le nuove generazioni che è la scuola». E ancora: «La nostra società ha bisogno oggi di solidarietà rinnovata, di uomini e di donne che la abitino con responsabilità e siano messi in condizione di svolgere il loro compito di padri e madri, impegnati a superare l’attuale crisi demografica e, con essa, tutte le forme di esclusione». L’impegno del popolo pro life, dunque, diventa sempre più necessario. «Ormai si è verificato un allargamento delle nostre sfide – spiega Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita – proprio per l’affermarsi per esempio delle nuove metodiche di procreazione artificiale, che investono largamente il tema della vita nascente.
Esistono poi aree dell’esistenza che non solo sono dimenticate di fatto, ma la cui soppressione viene considerata un diritto. Pensiamo alle persone disabili o prossime alla morte, per le quali spesso si chiede l’eutanasia». Storie di sofferenza, ma soprattutto drammi della solitudine, «incompatibili» a quanto pare con i ritmi della società moderna.
Eppure, come ricorda Paola Ricci Sindoni, presidente dell’Associazione Scienza & Vita, citando papa Francesco, basterebbe ripartire dalla «"cultura dell’incontro", avere cioè un atteggiamento di apertura verso l’altro. Non dobbiamo accontentarci di fare grandi proclami sul valore della vita, ma è necessario cercare di incontrare le persone, conoscere le loro singole storie, tentando di offrire qualche spunto per sperare e guardare il futuro con altri occhi». Senza avere paura di affermare apertamente il valore della vita. «C’è una mancanza totale di diritto alla vita – rimarca Virginia Coda Nunziante, portavoce della Marcia per la vita –. Le persone devono essere coscienti dei pericoli della cultura di morte. Ma è necessario dare anche una rilevanza pubblica alla nostra battaglia culturale. Come dice Benedetto XVI, bisogna riappropriarsi della piazza pubblica». Un ruolo decisivo, nella promozione della vita, spetta ovviamente alle istituzioni.
«Il nostro Paese – sottolinea Maria Grazia Colombo, portavoce del Comitato italiano Uno di Noi – deve riprendere in modo prepotente a crescere, perché altrimenti l’assistenzialismo supera, confonde e offusca l’investimento educativo, umano, economico. Abbiamo bisogno di ripresa», a partire dalla scuola. «Molti insegnanti e alunni – racconta don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della Cei – sono stati coinvolti sulla questione demografica, su come passare sulle orme di papa Francesco da una "cultura dello scarto" ad una "cultura dell’incontro". Attraverso un nuovo investimento educativo e la custodia degli spazi fragili della vita, si potrà rinnovare nelle sue relazioni fondamentali il tessuto sociale del nostro Paese e guardare al futuro con rinnovata speranza».
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