martedì 12 gennaio 2016
COMMENTA E CONDIVIDI

«È evidente che questo testo apre alla possibilità che il partner dello stesso sesso sia genitore adottivo mediante “utero in affitto”. Questa prospettiva ripugna l’umano che è in noi e alimenta la barbarie che solo i ricchi di soldi (non di umanità) possono pensare e permettersi. È un mercato che strumentalizza la donna genitrice e rischia di avere effetti destabilizzanti sulla vita del bambino». Lo afferma monsignor Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani e presidente della Commissione Cei per la famiglia, in un’intervista all’agenzia Sir. Fragnelli dà atto che «usare l’espressione “formazione sociale specifica” per definire le unioni civili è segno di buona volontà e intelligenza, perché si dà valore ed evidenza alla differenza che c’è con la formazione sociale chiamata famiglia, riconosciuta dalla Costituzione; in questo modo si cuce un vestito appropriato sulle realtà nuove a cui si vuole dare attenzione con un volto giuridico più definito rispetto alla situazione attuale». Ma non nasconde le preoccupazioni: «La cultura della precarietà riceve uno stop o viene rafforzata da questo strumento giuridico?». E quanto all’adozione del figlio del partner dello stesso sesso (la cosiddetta «stepchild adoption») sottolinea che è «compito del dibattito parlamentare individuare l’istituto giuridico che meglio sappia tutelare l’interesse del minore» ricordando che «a nessuno è lecito calpestare la sua legittima attesa di identità, di affetto materno e paterno, di protezione e di libertà». In ogni caso, «bisogna evitare situazioni grigie, ambigue. L’approfondimento del dibattito dovrebbe dare corpo dalla “specificità” della “formazione sociale” delle unioni civili rispetto alla famiglia. È necessario definire chiaramente, per non far dire al testo cose che non sono state maturate in un confronto democratico, leale e responsabile». Nel voto che concluderà il confronto sul disegno di legge nell’aula del Senato, a partire dal 26 gennaio, Fragnelli infine si augura che l’annunciato «ricorso alla libertà di coscienza» si traduca in «un invito a volare alto, rivolto a legislatori e politici non di una sola parte politica. L’appello alla coscienza può essere un mezzo che permette al Paese reale di far sentire la sua parola al Paese legale. A partire dalla ritrovata coscienza, si raggiunge la coesione civile e sociale».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI