giovedì 12 ottobre 2017
Si chiamava Loris Bertocco, 67enne veneziano, disabile grave. Ha scelto di darsi la morte in Svizzera sentendosi abbandonato. Un caso che emerge proprio in una fase decisiva per la legge sulle Dat.
Fine vita, la legge «strattonata» da un altro suicidio assistito

L’anno scorso secondo le autorità ticinesi sarebbero stati 50 i casi di suicidio assistito nel territorio cantonale, due terzi dei quali di italiani. Ma – qui le cifre si fanno più incerte – la tragica pratica viene offerta in centri specializzati (definiti "cliniche", in modo evidentemente improprio) dislocati anche in altri cantoni, specie di lingua tedesca, con un totale di un migliaio di casi nel 2016, la grande maggioranza dei quali costituita da non svizzeri (italiani inclusi). L’esborso richiesto dalle strutture del settore (legate a vere e proprie aziende come Dignitas, Exit, LifeCircle, Eternal Spirit e Liberty Life) si aggira attorno ai 10mila euro. Il macabro operato di queste strutture è tornato alla ribalta con la notizia di un altro italiano che si è dato la morte in una "clinica" di Zurigo: Loris Bertocco, 67enne veneziano, paralizzato dal 1977, cieco, noto ambientalista e tra i fondatori dei Verdi, ricordato dall’amico sociologo Gianfranco Bettin e autore di una lettera pubblicata postuma da «Repubblica». Un documento di commiato e di denuncia per la carente assistenza di cui accusa le autorità sanitarie della Regione Veneto («Ho avuto per un periodo due assistenti, pagandole grazie all’aiuto di amici e a una festa per raccogliere i fondi. Questa situazione non poteva durare a lungo») ma anche un appello per una legge che apra al testamento biologico.

La legge appesa a un filo

Da Zurigo la scena si sposta a Roma, dove la legge sul fine vita è oggetto di un braccio di ferro che si annuncia risolutivo: «Martedì 17 – ha annunciato ieri la presidente della Commissione Sanità in Senato, Emilia Grazia De Biasi – sarà la deadline, il termine ultimo per decidere sul biotestamento: ci sarà tempo fino ad allora per decidere il ritiro delle centinaia di emendamenti. In caso contrario, la commissione dichiara di non essere in grado di proseguire, il relatore si dimette e si invia il fascicolo alla Conferenza dei capigruppo, che può decidere di andare direttamente in aula senza dare mandato al relatore». Un’eventualità che – come affermato da più parti – forse porterebbe all’approvazione del provvedimento ma segnerebbe il fallimento di ogni mediazione su un tema sensibile, con le conseguenze politiche immaginabili. L’Associazione radicale Luca Coscioni preme perché la legge sia approvata al più presto e chiede di inviare «direttamente e senza modifiche il testo in Aula», facendo sapere di contare sul sostegno di 246 parlamentari (tra deputati e senatori).

Il nodo degli emendamenti

Le dichiarazioni di De Biasi sono giunte al termine della seduta in Commissione di mercoledì 11 dopo che la stessa relatrice aveva invitato le minoranze a ritirare i 180 emendamenti posti in discussione (ma la Commissione aveva già falcidiato altri due blocchi, ritenendoli improponibili). Una richiesta che i proponenti si erano riservati di valutare. Da qui, l’ultimatum di martedì prossimo. La prospettiva lascia piuttosto freddo Lucio Romano, esponente di Democrazia solidale e componente della Commissione, che sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) ha ingaggiato una vera battaglia: «Ho presentato pochi elementi al testo sulle Dat – spiega – ma tutti orientati al riconoscimento dell’alleanza di cura, nella coniugazione tra autonomia del paziente e competenza del medico, tra sofferenze e cure palliative, tra accompagnamento e pianificazione condivisa delle cure, tra dignità e proporzionalità dei trattamenti». Insomma, ancora una volta «no all’eutanasia e no all’accanimento clinico. Sì alla tutela della dignità di ogni persona, ancor più se in condizioni di particolare fragilità». Il tutto, «solo e soltanto» per «tutelare ogni paziente».

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