venerdì 13 luglio 2018
Il report sull'attuazione nel 2016 della legge 40 sulla procreazione assistita: 77.552 coppie, quasi 100mila i cicli avviati, 13.582 nascite, 1.457 bimbi nati con la fecondazione eterologa (+142%).
Boom di «figli dell’eterologa» e record di bimbi concepiti in provetta

Ha impiegato qualche tempo per affermarsi, ma ora la fecondazione eterologa sta decollando anche in Italia. È il dato che spicca nell’annuale relazione al Parlamento sull’attuazione nel 2016 della legge 40 (che regolamenta la fecondazione artificiale in Italia) depositata dal Ministero della Salute, la prima firmata dal neo-ministro Giulia Grillo (M5s), succeduta a Beatrice Lorenzin. Sul numero complessivo di coppie che hanno avuto accesso alle varie tecniche di procreazione medicalmente assistita (77.522, +4,1% sul 2015), di cicli avviati (97.656, +2,6%) e di bimbi nati vivi (13.582, record storico, +5,8%) può sembrare marginale l’incidenza della fecondazione con uno o entrambi i gameti esterni alla coppia, tecnica autorizzata a partire dalla sentenza 162 con la quale la Corte Costituzionale nel 2014 dichiarò illegittimo il divieto contenuto nella legge del 2004.

Ma le 5.450 coppie che hanno fatto ricorso a questa controversa tecnica che consente di far nascere un bambino con il patrimonio genetico di uno solo dei genitori, o anche di nessuno di loro, costituiscono un aumento del 121% in un solo anno, dato percentuale quasi identico a quello dei cicli (6.247, +123% sul 2015) e con un boom dei bambini nati, che da 601 sono passati a 1.457 (+142%) con un tasso di successi dato dal rapporto tra cicli avviati e bambini nati del 23,3%, assai superiore al 13,9% tramite le tecniche omologhe di fecondazione assistita. Una differenza che va ascritta alla selezione sia dei gameti da parte delle banche del seme e degli ovociti, che commercializzano (a caro prezzo) solo materiale biologico con precise garanzie di qualità, sia degli embrioni, solo i migliori dei quali vengono effettivamente impiantati nel grembo dell’aspirante madre.

Va sottolineato un altro aspetto eclatante della relazione 2018 sui dati completi del 2016: la donna che partorisce il bambino concepito con fecondazione eterologa solo in poco più della metà dei casi è anche sua madre biologica. I cicli avviati con ovociti acquistati sul mercato (la relazione scrive "donati" per convenzione, ma quasi sempre si tratta di compravendita operata sia da cliniche private sia da centri pubblici) sono pari al 46,4% del totale, quelli con seme di "donatore" invece solo il 25,8%, mentre colpisce anche il 27,8% sui cicli di fecondazione eterologa avviati con embrioni «precedentemente formati da gameti donati e crioconservati», casi dunque di figli a tutti gli effetti biologicamente altrui.

Entrando ancora più nel dettaglio, in un campo da tenere sotto attenta osservazione, si scopre poi che dei cicli con seme "donato" l’84,4% fa ricorso a campioni importati, un dato che cresce fino al 94% se si ricorre a ovociti non ottenuti dall’aspirante madre e acqustati oltrefrontiera. Tradotto significa che in Italia la "donazione" di ovociti è limitata a casi assolutamente episodici, un fatto che spiega la crescente pressione politica, mediatica culturale per legalizzare forme di compenso a donne che cedono i propri gameti ad altre in cerca di un figlio. Essendo vietata ogni forma di commercio di parti del corpo umano – sangue, organi, cellule e anche gameti –, come ha ribadito pochi giorni fa pure il Consiglio d’Europa in uno suo documento di indirizzo ai 47 Stati membri, si dice di voler ricorrere al sistema dei «rimborsi spese», tuttavia facilmente aggirabile come mostra l’esperienza dei Paesi dai quali importiamo le cellule riproduttive (Spagna e Danimarca in testa, rispettivamente per ovociti e sperma) dove il mercato è assai fiorente e ha dato vita a vere multinazionali della vita umana. Il ricorso agli ovociti di una donna diversa da chi desidera diventare madre, in particolare, si mostra quasi inevitabile considerando che l’età media delle donne che ricorrono alla provetta per avere figli è di 36,8 anni, un dato che rimane costante diversamente da quello delle ultraquarantenni, salite al 35,2% (erano il 20,7% nel 2005). L’età media più alta è quella delle donne che ricorrono all’eterologa (41,4 anni), assai superiore a quella degli uomini (35,2 anni).

Merita infine di essere evidenziata la percentuale di successi, cioè il rapporto tra cicli avviati e "bimbi in braccio", passato dal 13,75% del 2010 al 17,52% del 2016, includendo l’eterologa. Un tasso record, ma che la dice lunga sulla impressionante fallibilità di una tecnica che promette di soddisfare il desiderio di avere un figlio ma ci riesce meno di una volta su cinque, con una differenza tra cicli e figli pari a 84.074. Se si considera che in ogni ciclo spesso viene essere creato ben più che un solo embrione (con quelli "avanzati" che vengono congelati), si arriva facilmente a immaginare a quale sciupìo di vita umana individuale nel suo stadio più originale e indifeso stiamo ancora assistendo.

Il 25 luglio 1978 nasceva in Inghilterra Louise Brown, prima bambina concepita in provetta: quarant’anni dopo, il crescente spiegamento di tecnologia applicata alla generazione umana semina ancora più interrogativi clinici, etici e umani di quanti problemi sia in grado di risolvere.

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