giovedì 26 ottobre 2017
Le dimissioni della relatrice della legge sul fine vita, Emilia De Biasi, imprimono un'accelerazione all'iter di una norma che presenta ancora molti nodi irrisolti. Per il voto in aula tempi incerti.
La legge sul biotestamento accelera, ma restano le ombre

La legge sul biotestamento è sul binario morto, anzi, no. I fautori del discusso provvedimento stanno infatti giocando con determinazione le ultime carte per far approvare al Senato nel più breve tempo possibile la legge senza toccare neppure una virgola del testo uscito dalla Camera oltre sei mesi fa, in modo da evitare un ritorno a Montecitorio che ne sancirebbe di fatto la fine, come già accadde nella precedente legislatura con il disegno di legge Calabrò caduto a un passo dal varo definitivo.
Le dimissioni della relatrice Emilia De Biasi, lungamente annunciate e ora operative, sono l’atto necessario per accelerare il più possibile l’iter interrompendo al Senato il confronto in Commissione Sanità, della quale la senatrice Pd è presidente. Cade dunque l’obbligo di esaminare le migliaia di emendamenti depositati da chi ritiene che il testo varato dalla Camera tra molte discussioni il 20 aprile vada corretto in alcuni punti qualificanti o debba decadere del tutto. La legge sulle scelte di fine vita è dunque destinata ad andare in aula senza relatore ma con l’annunciata ripresentazione dell’ingente carico di emendamenti (la maggior parte a firma Lega), contro i quali già si annuncia il ricorso da parte dei sostenitori del testo all’emendamento "canguro" che cancellerebbe d’un colpo quasi tutte le proposte di modifica. L’approdo all’aula del disegno di legge che introdurrebbe in Italia le «disposizioni anticipate di trattamento» (un documento nel quale ogni cittadino può lasciar scritte le sue volontà in merito alle terapie che intende ricevere o evitare, vincolando il medico al loro rispetto) dipende però dalla decisione della Conferenza dei capigruppo, che può fissare la discussione del testo non prima dell’approvazione della legge di bilancio, destinata a occupare l’agenda di Palazzo Madama quasi tutto il mese di novembre. A chiedere strada al biotestamento è però la legge sullo «ius culturae», per il quale si è impegnato lo stesso Governo. Considerando che il varo della legge elettorale annuncia la conclusione sempre più imminente della legislatura, per il biotestamento non resterebbe molto tempo. Alla Camera però la discussione in aula occupò pochi giorni, con tempi contingentati dalla presidenza e taglio drastico degli emendamenti. A questa considerazione va aggiunto poi il dato numerico: già a Montecitorio attorno al testo si era infatti formata una strana maggioranza (quasi tutto il Pd, l’intero M5S, Mdp più altri) che se replicata al Senato potrebbe garantire un’agevole approvazione, tenendo il Governo al riparo da insidie e dalla necessità di esporsi ricorrendo alla fiducia. Dunque il destino di una legge che divide senatori e opinione pubblica è tutt’altro che segnato, anche se il fattore tempo gioca a suo sfavore.

I punti ancora da chiarire


A rigor di ragione, una legge che tenta di regolamentare la sottile linea di confine tra la vita e la morte richiederebbe un vasto consenso parlamentare e tempi di confronto sul merito dei singoli temi ampi quanto occorre. Entrambe le condizioni non sembrano però verificarsi, e già questo dovrebbe suggerire ai fautori della legge a ogni costo di prendere atto che non è il momento per una legge sul fine vita. Se poi si va a leggere cosa la legge prevede risulta chiaro che non è davvero il momento per questa legge sul fine vita, che tra molte buone intenzioni presenta ancora troppi lati oscuri: la terminologia (le «disposizioni» e non «dichiarazioni» anticipate di trattamento, termine nel quale c’è tutta la forzatura del patto medico-paziente); la vincolatività del documento, che trasforma il medico in un semplice esecutore; la possibilità di sospendere anche la nutrizione assistita, che però è sostegno vitale e non terapia; l’incredibile assenza di un registro nazionale dei biotestamenti, con tutta l’incertezza dei formulari, della custodia e della reperibilità delle scelte di fine vita; l’assenza di un vero riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza per i medici rispetto a condotte che possono comportare la morte anticipata del paziente (anche non terminale); l’impossibilità per le istituzioni sanitarie di sottrarsi all’obbligo di dare applicazione alla legge, con gli immaginabili problemi per ospedali e cliniche che per motivi etici non intendano assecondare disposizioni sostanzialmente suicidarie. Ombre di non poco conto per una legge che si vorrebbe veder approvata alla svelta e praticamente senza dibattito.

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