giovedì 8 marzo 2018
Cresce l’infertilità, «sintomo sempre più diffuso, prima quasi sconosciuto», ma la si affronta nel modo sbagliato: proponendo la fecondazione artificiale. Parla la psichiatra Giuliana Mieli.
«Contro l’infertilità più affetti e meno provette»


Il bimbo ha solo 3 anni, è ignaro di come è venuto al mondo e potrebbe continuare a esserlo, ma i genitori sono inquieti: dobbiamo dirgli che è stato concepito in Spagna con la donazione del seme? E se glielo spieghiamo, in futuro metterà in dubbio la paternità di chi l’ha allevato? Domande vere, espresse da una coppia che si è rivolta a Giuliana Mieli, psicoterapeuta (e filosofa) milanese di lungo corso. Mieli lavora nel campo della maternità dagli anni Ottanta e nella psichiatria d’avanguardia dagli anni Settanta. Laica, ha visto esplodere negli anni il tema dell’infertilità, un «sintomo sempre più diffuso, un tempo quasi sconosciuto». Ma non accetta, non riesce ad accettare, che a esso si dia una risposta puramente «tecnica». Ha letto con scetticismo, dunque, i resoconti del primo Congresso nazionale sulla Procreazione medicalmente assistita, che si è svolto a Firenze pochi giorni fa, organizzato da alcuni centri pubblici e privati. Gli esperti hanno parlato di infertilità, certo, ma soprattutto hanno tracciato la strada per un incremento del ricorso alla provetta. È stato ricordato che mancano donatori di gameti; è stata auspicata l’emanazione di bandi regionali per il reperimento di ovuli all’estero per consentire a più donne di accedere all’eterologa; è stato evidenziato il vantaggio offerto dalla diagnosi genetica preimpianto che consente il transfer in utero di soli embrioni «sani»... «Porre il problema soltanto in termini di efficienza fisica, con la ricerca di espedienti puramente tecnici per risolvere la situazione mi sembra una miopia generalizzata, che soffoca qualsiasi attenzione verso le cause più profonde e più complesse del fenomeno dell’infertilità», ragiona Giuliana Mieli, che nel 2010 ha dato alle stampe Il bambino non è un elettrodomestico (Feltrinelli, ultima ristampa 2017, euro 9,50).


Dottoressa Mieli, quali sono le cause profonde del fenomeno dell’infertilità?
L’infertilità nella mia esperienza è sostenuta da importanti fattori emotivi, che riguardano la storia passata, si riflettono sul presente della donna e della coppia e vanno a inficiare la fiducia, la speranza, la valutazione della propria capacità. Tant’è che questi fattori spesso possono essere risolti con una presa in carico emozionale, capace di individuare traumi o carenze subite, assenze, cure inadeguate e ristabilire, accanto alla rielaborazione del dolore, un senso di stima di sé e fiducia. Sentimenti necessari per intraprendere ciò che viene giustamente vissuto come un’avventura di grande responsabilità, cioè la genitorialità.

Spesso sono anche le coppie che premono per un risultato...

Forse, ma la verità è che tutto viene affrontato solo su un piano fisico, escludendo qualsiasi analisi più complessa delle cause. Se l’infertilità è l’espressione di una crisi della nostra società, non può essere valutata esclusivamente come un problema di salute fisica. In realtà i Paesi industrializzati esprimono disagi che dipendono dall’aver costruito una società e un’economia ignare e incuranti della vera natura dell’essere umano, il quale richiede, per stare bene ed esprimere le proprie potenzialità, relazioni estese di cura a partire dal concepimento e dalla nascita, fino alla conquista dell’autonomia. È in crisi il concetto di genitorialità sia nelle famiglie sia nella società, che accantona come insignificanti le modalità naturali di cura, ascolto, empatia e condivisione, surclassati da fretta, competitività, ricerca dell’affermazione di sé. La risposta puramente tecnica all’infertilità è una scappatoia per non affrontare le cause più profonde di un disagio che lascia dietro di sé schegge di sofferenza inascoltate.


La stessa fecondazione artificiale, del resto, crea grandi sofferenze, considerando l’alta percentuale di insuccessi...
Infatti non si riflette abbastanza sul senso di un utilizzo di sperma e ovociti disgiunti dal coinvolgimento del donatore sul destino del figlio, come se fosse un elemento non significativo nell’immaginario di chi dà e di chi si sente ceduto senza cura e preoccupazione, spesso per denaro. Il disagio è profondamente percepito anche dalla coppia che ricorre all’eterologa e si riflette nell’ansia con cui si pone il problema di come comunicare e far accettare al bambino la rivelazione di provenire da un’origine ignota. È una semplificazione rispetto alla complessità dell’animo umano che non corrisponde alla mia esperienza di dolore in chi si sente separato dalle proprie origini: La superficialità impera.


Lei si è detta contraria alla fecondazione eterologa. E la diagnosi genetica preimpianto?
Comprendo le ragioni della sfida per evitare il trasmettersi di gravi malattie ereditarie, ma so per esperienza quanto vengano sottovalutati la fatica e il lutto della donna nella selezione del bambino adatto, concetto che confligge con la disponibilità materna ad accogliere il suo piccolo a qualsiasi condizione.


Non resta che l’adozione...
Mentre la fecondazione assistita cela il limite vissuto dalla coppia, cioè l’infertilità, l’adozione lo espone ma accetta di cimentarsi nell’accudimento di chi è stato sfortunato: non vuole nascondere, vuole creare una solidarietà, una disponibilità che è l’unica cura generosa del dolore.

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