sabato 2 settembre 2017
Un ingegnere comasco di 62 anni affetto da depressione ha chiesto e ottenuto il suicidio assistito in Svizzera in una struttura specializzata. La magistratura italiana apre un'inchiesta.
Suicidio assistito di un italiano in Svizzera per depressione

Sono passati meno di 6 mesi dalla vicenda di Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, e già la notizia di un altro italiano che ha fatto ricorso in Svizzera al suicidio assistito arriva nelle aule di giustizia (caso episodico tra quelli che – stimati in alcune decine l’anno – varcano il confine per ottenere la morte a pagamento da una delle aziende specializzate, del tutto impropriamente definite "cliniche"). Era un ingegnere di Albavilla (Como), 62 anni, che non soffriva di alcuna malattia terminale. Solo era affetto da una grande depressione, documentata pure da una lettera – contenente le sue reali intenzioni – inviata ai Servizi sociali del suo Comune. L’uomo è volontariamente morto a Zurigo qualche giorno fa, ma la notizia è trapelata per l’apertura di un’inchiesta giudiziaria. La Procura di Como indagherà infatti su quanto accaduto sia sulla scorta della legge italiana – per il reato di istigazione o aiuto nel suicidio –, sia su quanto previsto dall’ordinamento elvetico, che punisce la stessa pratica anche se a maglie più larghe (sussiste infatti violazione solo se chi agisce è mosso da fini egoistici, e sempre che la decisione della vittima non sia «ben ponderata e costante»). Ad attivare i pubblici ministeri è pure intervenuta una circostanza ancora non ben chiarita: pare che l’ingegnere sia stato accompagnato a Chiasso – dove ha preso il treno per Zurigo – da un amico, circostanza che imporrebbe di capire (anche ai fini del diritto penale) se questa persona conosceva o meno la volontà della vittima.

La differenza con Dj Fabo


Intanto, la vicenda sta suscitando nuovi interrogativi. Se infatti il desiderio di morire, in capo a dj Fabo, si era formato nell’ambito di una malattia invalidante, irreversibile e con prognosi infausta, nel caso lariano questi tre requisiti mancano del tutto. Alla radice del voler farla finita c’era solo una grande depressione. Da qui alcune domande: in che contesto è maturato il proposito suicida? L’uomo non aveva accanto una famiglia? Cos’hanno fatto i Servizi sociali del comune dopo aver ricevuto la sua lettera? Qual è stato il ruolo del medico che aveva in cura l’ingegnere? E poi: quali sono i requisiti perché la Svizzera possa legittimamente esaudire una richiesta di suicidio assistito? Domande che intersecano morale e diritto, nastri di partenza per un’indagine giudiziaria che non si annuncia né semplice né breve.

Scienza & Vita: diritto? No, tragedia della disperazione


Già ora, però, il presidente di Scienza & Vita vede nell’accaduto una dimensione ben precisa: la «rottura dei vincoli di solidarietà tra le persone e tra queste e la comunità in cui si vive». Ed è su questa premessa che Alberto Gambino denuncia la vera natura del «mito dell’autodeterminazione», a suo giudizio, molto spesso, semplice maschera apposta alla «solitudine e disperazione». Una maschera che per il pro-rettore dell’Università europea di Roma, in alcuni ordinamenti, come quello svizzero, legittima «la più cinica delle scorciatoie alla rimozione di problemi sociali prima che sanitari»: il farla finita. Una scorciatoia che l’Italia ha sempre rifiutato, prevedendo leggi che tutelano la vita come primo dei diritti e dunque bene indisponibile. Ne sa qualcosa Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Radicale Luca Coscioni: era stato lui a “organizzare” il suicidio di dj Fabo, salvo poi (provocatoriamente) autodenunciarsi per l’azione. I pm milanesi avevano chiesto l’archiviazione, ma il Gip di Milano li ha obbligati a formulare richiesta di rinvio a giudizio.

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