venerdì 21 luglio 2017
L'avere interrotto le cure al bambino ha indebolito la massa muscolare, mettendo a repentaglio la possibilità di praticare la terapia sperimentale
Continua il calvario del piccolo Charlie Gard e dei suoi genitori (Lapresse)

Continua il calvario del piccolo Charlie Gard e dei suoi genitori (Lapresse)

Il destino del piccolo Charlie Gard resta nella mani del giudice dell’Alta Corte britannica Nicolas Francis che, messo di fronte a nuovi dati sulle condizioni del piccolo, potrebbe arrivare a una decisione definitiva lunedì o martedì. La nuova udienza è fissata per lunedì alle 10, come ha dichiarato Francis, sottolineando però che il giorno successivo «non sarà in grado di arrivare a un verdetto» se gli saranno presentate nuove prove o se i genitori chiederanno di nuovo la parola.

Ma la giornata di ieri non è stata positiva per il piccolo affetto da una rara e gravissima anomalia del mitocondrio che ne compromette lo sviluppo. Secondo quanto filtra dal collegio medico, infatti, gli esami cui Charlie è stato sottoposto nei giorni scorsi da parte dell’équipe internazionale convocata a Londra da Francis per una valutazione obiettiva del caso avrebbero dato esito assai poco incoraggiante. In particolare, il margine di speranza confermato da una situazione neurologica ancora parzialmente recuperabile viene purtroppo ridimensionato da una condizione muscolare che appare compromessa, al punto da far temere agli stessi medici (tra i quali anche uno specialista dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma), che si erano spesi per provare su Charlie una terapia sperimentale, che ormai per il bambino possa essere troppo tardi. E che dunque non sia possibile applicargli il protocollo terapeutico messo a punto dal neurologo americano Michio Hirano e sottoscritto da alcuni tra i massimi esperti mondiali di malattie del mitocondrio.

Sono dunque ore drammatiche per il bambino e i suoi genitori. Appresi i risultati degli esami clinici – definiti «tristi» dal Great Ormond Street Hospital dove Charlie è ricoverato – mamma Connie è scoppiata in lacrime, singhiozzando, mentre papà Chris ha sfogato la tensione scontrandosi duramente con l’avvocato della struttura, Katie Gollop, come già accaduto nei giorni scorsi. Una tensione non certo alleggerita dalla conferma da parte del giudice che i due non potranno portare il piccolo all’estero «senza un ordine della Corte», nemmeno ora che il Congresso degli Stati Uniti sta valutando la concessione della residenza a Charlie e alla sua famiglia.

Per i genitori era già chiaro in aprile che il bambino dovesse ricevere cure adeguate al suo stato, e i tre mesi trascorsi da allora fra tribunali e carte bollate potrebbero aver segnato la sorte del bambino, contro il quale gioca il passare del tempo senza alcuna nuova terapia.

Il quadro clinico non ha impedito al giudice di affermare che i genitori potranno intervenire all’udienza della settimana prossima portando eventuali nuove prove: «Non li fermerò», ha detto Francis. È ritenuto tuttavia più probabile che il magistrato prenda la sua decisione sulla base della trascrizione del meeting scientifico avvenuto nei giorni scorso tra i medici londinesi, il neurologo americano e l’esperto italiano, Enrico Silvio Bertini, alla luce delle ultime risonanze magnetiche.

Ieri il giudice Francis si è detto convinto che la trascrizione dello «scambio franco di opinioni» avvenuto «tra esperti di livello internazionale» potrà aiutarlo a decidere quale sia la decisione migliore da prendere nell’interesse del piccolo Charlie. Ha chiesto inoltre al legale della famiglia, Grant Armstrong, di fornire una descrizione dettagliata che identifichi tutto il nuovo materiale che si è reso disponibile dopo la sua ultima pronuncia dell’11 aprile.

Intanto il popolo di Charlie, che si è guadagnato il nome di «Charlie’s Army» (l’esercito di Charlie), non si è assolutamente arreso: ieri stazionava ancora numeroso davanti all’ospedale di Londra per dare supporto alla famiglia. Una presenza che il giudice Francis sembra però non gradire al punto che ieri in aula ha chiesto ai manifestanti che non turbino i lavori in aula.

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