giovedì 31 ottobre 2013
​In quindici anni, don Maurizio Gagliardini ha accompagnato al cimitero 60mila piccoli. L’associazione “Difendere la vita con Maria” affianca i genitori con psicologi volontari: «Una tomba serve a elaborare il lutto».
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​«Avere una tomba su cui piangere, dove portare un fiore, è fonte di grande consolazione. Senza una tomba non è possibile elaborare un lutto tanto grande, come quello della perdita di un figlio. E questo vale per tutti, anche per i genitori dei bambini mai nati».Da quindici anni, don Maurizio Gagliardini, anima e guida dell’associazione “Difendere la vita con Maria” di Novara, si occupa di dare una segna sepoltura ai bambini non nati e plaude all’iniziativa del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di riservare un’area cimiteriale a questo scopo (vedi articolo sotto). «Gli ho scritto una lettera – racconta – e lui mi ha risposto rivelando di aver preso questa decisione dopo aver incontrato la sofferenza di tanti genitori».Non giudica e non chiede, don Maurizio, solo cerca di «onorare» queste piccole vite interrotte ancor prima di venire alla luce. Dal 1999 ad oggi, i volontari dell’associazione, presenti in 60 città di 12 regioni, hanno celebrato i funerali di 60mila bambini. Nei 47 centri dove l’associazione ha stipulato convenzioni con Ospedali, Asl e amministrazioni municipali, ogni mese avvengono cerimonie di sepoltura, con una media tra i 30 e i 50 piccoli per volta.La sepoltura dei bambini non nati è definita dal decreto 285 del 1990, che prevede la possibilità, per i genitori, di chiedere, entro 24 ore dalla morte, il corpicino per la sepoltura. Non sempre, però, le famiglie sono a conoscenza di questa possibilità e così l’associazione di don Maurizio è impegnata anche in una capillare opera di informazione sul territorio.«In caso di aborto spontaneo o terapeutico – dice il sacerdote padovano – succede spesso che i genitori chiedano di poter celebrare un funerale al proprio bambino. Questa richiesta, di solito, non avviene invece in caso di interruzione volontaria della gravidanza sotto le 20 settimane di gestazione. Nelle realtà dove noi siamo presenti, le famiglie provate da una perdita tanto grande e dolorosa, sono seguite e sostenute da un’equipe di psicologi volontari. Vogliamo davvero circondare d’affetto questi genitori».Non capita di rado, infatti, che chi si trova in questa situazione sia costretto ad affrontare la lacerante realtà praticamente in solitudine. «È difficile che qualcuno porga le condoglianze a una mamma e a un papà che hanno perso un bimbo mai nato – racconta don Maurizio Gagliardini –. E invece è proprio in questi frangenti che servirebbe un di più di attenzione e di vicinanza umana. Spesso, poi, queste famiglie si chiudono in se stesse, quasi celando la tragedia che le ha colpite e non riuscendo così ad elaborare il lutto».

In tanti anni di servizio a fianco delle coppie, don Maurizio non ha incontrato soltanto uomini e donne sorrette dalla forza della fede. In non pochi casi ha affiancato coppie anche lontane dalla Chiesa, ma fermamente convinte di dare una degna sepoltura al proprio piccolo non nato.«Seppellire questi bambini non significa soltanto onorarli come persone – sottolinea – ma vuol dire anche compiere un grande atto di civiltà, un gesto dal valore umano e civile incommensurabile. Per questo, confrontandomi con amministrazioni comunali di varia estrazione politica, non ho mai incontrato un’opposizione preconcetta, ideologica, al nostro servizio. Il cui valore è, evidentemente, condiviso molto di più di quanto si pensi».Dare degna sepoltura al proprio bambino mai nato è anche, insiste don Maurizio, il primo passo per l’elaborazione del lutto. «In tutte le mamme che hanno perso un figlio emerge la domanda: “Dov’è ora il mio bambino?”. A queste donne, ma anche ai tanti papà che incontriamo negli ospedali, vogliamo dire che siamo loro vicini. Una tomba su cui piangere diventa un punto fermo, un ancoraggio. Un po’ come è avvenuto dopo la Grande Guerra mondiale con la costruzione dei sacrari. Sono stati realizzati per dare la possibilità a tante madri di portare un fiore al proprio figlio disperso al fronte. In attesa di ritrovarlo, questa volta per sempre, in Paradiso».

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