venerdì 20 luglio 2018
Il 25 luglio 1978 nasceva Louise Brown. La tecnologia sostituiva la natura. Gli effetti? Successi limitati, molte illusioni, eugenetica crescente, embrioni in sovrannumero
Fecondazione in laboratorio (Ansa)

Fecondazione in laboratorio (Ansa)

Otto milioni: tanti si stima siano i "figli della provetta" venuti al mondo da quel 25 luglio 1978quarant’anni fa, 10 anni esatti dopo l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI – quando da Oldham, sobborgo di Manchester, si sparse nel mondo la clamorosa notizia che l’essere umano non ha più l’esclusiva della generazione dei suoi figli.

La nascita di Louise Brown, prima creatura nata grazie al lavoro di scienziati in laboratorio e oggi quarantenne paffuta dall’espressione cordiale, certificò che l’incontro sessuale tra un uomo e una donna con tutto ciò che comporta sul piano interiore, culturale e simbolico può essere sostituito dal lavoro di specialisti che rendono possibile la fecondazione di gameti in stanze asettiche e sotto lo sguardo freddo del microscopio facendo scoccare la scintilla della vita fuori dal grembo materno. Un salto di formidabile impatto sul piano antropologico prima ancora che scientifico, del quale negli ultimi anni stiamo iniziando a cogliere la portata non sempre rassicurante.

Non fa problema, ovviamente, che la tecnica prenda il posto dell’uomo per consentirgli di arrivare dove non può o non riesce. Ma altro è aiutare una coppia a concepire un bambino risolvendo quella che nella maggioranza dei casi è una infertilità superabile, altro è soppiantare la capacità generativa che dell’uomo esprime la natura più profonda con una tecnica che non è una cura. Chi era sterile o infertile resta tale anche dopo il concepimento in laboratorio di un bambino. La tecnica infatti sostituisce la capacità umana ma non risolve il problema, che resta intatto.

Otto milioni di bambini sono altrettanti motivi di gioia, si capisce. Ma oggi deve far riflettere la progressiva espropriazione di ciò che di più prezioso e fragile c’è nella nostra umanità – diventare madri e padri – da parte di una tecnologia che non sembra sapersi fermare davanti a considerazioni diverse dall’efficienza. In quarant’anni infatti non abbiamo visto solo nascere bambini, ma anche – e in misura crescente – creare embrioni ben oltre il necessario, e poi selezionarli, congelarli, scartarli, impiantare in utero solo quelli privi di difetti o più "prestanti", con l’applicazione di una mentalità eugenetica che si sperava sepolta dalla storia. Con i corollari del figlio trasformato da dono a prodotto da esigere pagando, diritto esigibile per legge, o bene di consumo progettabile assemblando gameti con le caratteristiche desiderate acquistati sul libero mercato, ed embrioni la cui gestazione è affidata a madri surrogate.

Ma c’è anche un altro aspetto da ricordare: malgrado decenni di ricerca e investimenti (in proporzione agli introiti di quella che è ormai considerata una vera industria della procreazione) la percentuale di successi delle tecniche su scala mondiale si aggira attorno a un bambino nato ogni cinque cicli avviati. In Italia la relazione ministeriale sulla fecondazione artificiale nel 2016 parla di 13.582 nati (il 2,9% di tutte le 473.438 nascite) per 77.522 coppie e 97.656 cicli effettuati. Significa il 17,5% di successi, un tasso che in altri settori della medicina verrebbe considerato fallimentare.

Eppure i dati resi noti dall’ultimo congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) parlano di una corsa continua al figlio in provetta arrivata alla soglia degli 800mila cicli e 160mila bambini nati ogni anno (con meno di un quinto dei successi rispetto ai tentativi, dunque). Il Paese europeo più attivo è la Spagna (quasi 120mila cicli), mercato più florido e ricco di imprese, alcune delle quali attive anche in Italia. Ma quarant’anni dopo Louise è giunto il momento di sgombrare il campo da illusioni e business, recuperando tutta la nostra umanità prima che venga sfrattata in cambio della promessa di un bebè.

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