lunedì 8 luglio 2019
Per i suoi dolori fisici, i medici avrebbero individuato delle cure, ma la depressione ha prevalso. Secondo l'accusa, Exit Italia l'avrebbe "rafforzata nella sua decisione" tramite e-mail e telefonate
Una delle cliniche Dignitas in Svizzera (Ansa)

Una delle cliniche Dignitas in Svizzera (Ansa)

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Fino al primo marzo è rimasta nel reparto di psichiatria, a causa della profonda depressione che non le dava pace. Il 27 marzo, nei pressi di Zurigo, si è tolta la vita in una struttura della Dignitas, "accompagnata al suicidio", probabilmente con una dose letale di barbiturici. Secondo quanto sta emergendo, per l'insegnante di Paternò di 46 anni A.G. non sarebbe trascorso neppure un mese tra il ricovero in ospedale in Italia e la morte in Svizzera. In passato, con infiltrazioni ben somministrate era riuscita a contrastare e placare i dolori causati dalla sindrome di Eagle di cui soffriva, ma la depressione, largamente diagnosticata, rendeva tutto infinitamente difficile. La sua vita non era giunta alla fine, non era affatto una malata terminale eppure aveva raccolto in modo meticoloso il materiale e la documentazione necessaria. Era andata in Svizzera all'insaputa di tutti, senza aver avvisato nessuno, e dopo aver sborsato undicimila euro alla struttura elvetica che l'avrebbe aiutata a morire.

Sul caso sta indagando la magistratura e un avviso di garanzia, spiccato dalla procura di Catania, è stato notificato nei giorni scorsi a Torino ad Emilio Coveri, il responsabile di Exit Italia, l'associazione che da anni promuove l'eutanasia a livello nazionale.

Secondo l'accusa, che ha aperto il fascicolo su segnalazione della famiglia, l'associazione "tramite mail e telefonate" avrebbe "rafforzato la donna nella sua decisione di togliersi la vita". La Procura, in un ricorso per ottenere il sequestro cautelativo dei beni della donna, mette in dubbio che sussistano persino "i requisiti richiesti per il suicidio legalmente assistito" per l'ordinamento svizzero, ossia patologia incurabile, handicap intollerabile o dolori insopportabili, debitamente certificati alla luce della certificazione medica rilasciata alla donna. La Procura ricorda che in Svizzera è reato il "fine egoistico, come quello finalizzato ad appropriarsi dei beni materiali di chi viene istigato o aiutato al suicidio" e i magistrati di Catania intendono chiarire il ruolo di Exit-Italia.

Si difende Coveri: "La signora mi aveva contattato ad agosto del 2017. Le ho consigliato di fare testamento biologico, di associarsi a Exit per poi ottenere tutte le informazioni e le indicazioni pratiche per andare in Svizzera e ricorrere al suicidio assistito, scegliendo fra Berna, Basilea e Zurigo. Qui finisce il nostro compito: possiamo solo dare informazioni." I contatti comunque sono proseguiti: "Poi ci siamo scambiati delle mail, mi aggiornava sulla situazione, sul fatto che i suoi familiari non erano d'accordo con la sua scelta. Non rinnego quello che le ho detto: 'Informati, prendi contatti e parti'. Ora mi onoro di essere indagato come Marco Cappato".

Spetterà alla magistratura capire meglio il ruolo di Exit Italia e ricostruire i fatti. Secondo gli avvocati della famiglia, la signora comunque non sarebbe mai stata in grado di organizzare tutto da sola: "A causa delle sue condizioni - spiegano - non riusciva neppure ad ultimare le banali attività quotidiane. Arrivare in aeroporto da sola sarebbe stato per lei impossibile".





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