giovedì 26 marzo 2020
Il grido d'allame delle quindicimila famiglie che lavorano nello spettacolo viaggiante: per noi nessun aiuto, fermi ormai da oltre un mese
«Noi giostrai ridotti alla fame»
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Sono quindicimila in tutta Italia. Più o meno come i dipendenti dell’Ilva di Taranto ai tempi d’oro. Ma, anche se vivono in un ambiente meno a rischio per l’inquinamento, hanno molto tutele in meno. Molte meno, Anzi, praticamente nessuna. Se lavorano riescono a tirare avanti. In caso contrario sono in difficoltà, tanto più gravi quanto più lungo si preannuncia il periodo di inattività. «E per noi giostrai questo era il periodo della ripresa dopo la pausa invernale. Da fine ottobre - racconta Catia Savina, di Modena, famiglia di giostrai sinti italiani - la maggior parte di noi è ferma. Sabato scorso sarebbe stata in programma la prima fiera primaverile, che naturalmente è saltata, come tutte le altre in programma fino a giugno”. Una sosta che per i piccoli giostrai rischia di tradursi in un dramma senza via d’uscita. «Lavoriamo da marzo a ottobre girando per le fiere delle varie regioni italiane. Noi per esempio – riprende Catia – con una quindicina di altre famiglie di giostrai, ci siano fermati per l’inverno nel piazzale di una grande fabbrica dismessa a Forlimpopoli. Proprio qui l'altra settimana sarebbe dovuta partita la prima fiera primaverile. Poi l’emergenza sanitaria ha bloccato tutto. Abbiamo saputo che anche le altre fiere da qui a giugno sono state rinviate. Siamo disperati». Oltre ai mancati introiti infatti, i giostrai devono sostenere le spese ordinarie di tutte le altre famiglie: vitto, bollette, riscaldamento e tanto altro. «E poi ci sono le spese per la licenza, i collaudi delle attrezzature e tutte le altre tasse. Ormai in fiere e lunapark si possono installare le giostre soltanto se tutto è in regola, giustamente. Ci sono anche rigidi parametri di sicurezza da rispettare”. La famiglia Cavina per esempio, mamma, papà e due figli di 24 e 30 anni, lavora con i tappeti elastici, quelli in cui i bambini vengono imbragati e collegati a piccoli paranchi elettrici che sollevano in modo alternato i piccoli. Tutto deve evidentemente funzionare alla perfezione, Con tutti i controlli del caso. «Eravamo pronti per ripartire. Adesso non sappiano cosa succederà e come faremo per tirare avanti».

A sostenere le buone ragioni dei giostrai è arrivata l’associazione Kathané, impegnata a tutelare le famiglie di rom e sinti italiane con iniziative di sensibilizzazione contro razzismo e pregiudizi. «Abbiamo chiesto al ministero dello spettacolo interventi urgenti di sostegno per il settore dello spettacolo viaggiante, circensi e giostrai a fronte dell’emergenza sanitaria. Per loro è una questione di sopravvivenza», spiega Dijana Pavlovic, portavoce di Kathanè. «Circensi e giostrai sono un mondo che comprende 15mila persone. Per loro in questi ultimi anni le difficoltà sono aumentate. Sono aumentate per esempio le pratiche burocratiche a causa della legislazione che ha spostato dal centro ai Comuni le procedure di concessione degli spazi. Quindi – prosegue Pavlovic - sono aumentati i costi di gestione. Per sostenere e rilanciare questi antichi mestieri sarebbe necessario rivedere le normative». Ora l’emergenza coronavirus rischia di essere il colpo di grazia «Abbiamo chiesto al ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, ai presidenti delle regioni, alle amministrazioni locali la stessa attenzione riservata a tutti gli altri lavoratori dello spettacolo- MA devono ascoltarci subito, altrimenti tutta questa gente sarà alla fame».

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