mercoledì 15 maggio 2019
Il vicepresidente della commissione Cultura, ora ricandidato con Fdi nella famiglia dei Conservatori e riformisti, rivendica la difesa del diritto d'autore. E chiede un cambio di marcia all'Europa
Stefano Maullu in una foto dell'archivio Ansa

Stefano Maullu in una foto dell'archivio Ansa

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«In termini di bilancio, nella legislatura europea che volge al termine, ritengo che uno dei punti qualificanti sia stata la messa a punto di un nuovo quadro giuridico di tutela del diritto d'autore, per consentire ai singoli autori o alle realtà editoriali e radiotelevisive comunitarie di poter difendere i propri contenuti dall'utilizzo che ne fanno i grandi player statunitensi, penso a Youtube, Facebook e altri, che già fatturano miliardi di raccolta pubblicitaria pagando poche tasse in Europa e in Italia...».

Milanese, classe 1962, Stefano Maullu è entrato nell'Europarlamento nel 2015, come primo dei non eletti di Forza Italia, a seguito delle dimissioni di Giovanni Toti, divenuto governatore della Liguria. Nel 2018, ha lasciato Fi per entrare in Fratelli d'Italia, passando conseguemente dalla famiglia politica del Ppe a quella dei Conservatori e riformisti europei. Ora è ricandidato al Parlamento Ue, nella circoscrizione Nord ovest, per il partito che schiera Giorgia Meloni come capolista. Nei quattro anni già trascorsi a Strasburgo, Maullu ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Commissione per la cultura e l'istruzione ed è stato, fra l'altro, membro della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare Ue-Russia: «Come delegazione, credo che non abbiamo avuto modo di lavorare fino in fondo, probabilmente pure per via delle sanzioni imposte dall'Ue alla Russia per la questione ucraina. Tuttavia, personalmente ho continuato a mantenere rapporti con rappresentanti della Duma e del Senato russo anche in nome delle storiche e solide relazioni commerciali che l'Italia ha con la Russia. Io ritengo che ci sia un atteggiamento russofobico eccessivo, alimentato da una contronarrazione slegata dalla realtà. Su questo, ritengo che sia mancato il giusto approccio in termini di politica estera dell'Unione».

Ha qualche rammarico particolare per risultati mancati o provvedimenti non approvati?

Non è un rammarico di tipo personale, ma in generale trovo che sia stato un peccato per l'Italia non aver vinto la battaglia per Milano come sede dell'Agenzia europea del Farmaco (assegnata nel 2017, con un sorteggio, ad Amsterdam, ndr). Un esito sfavorevole imputabile, a mio modo di vedere, anche a errori grossolani compiuti dal nostro Paese nelle trattative con gli altri Stati membri dell'Unione.

E invece, fra le battaglie politiche portate a termine dal Parlamento, quali ricorda con soddisfazione?

Sono tante. Mi viene in mente l'abolizione del balzello del roaming nelle telefonate continentali, grazie alla quale gli europei possono usare il proprio cellulare in qualsiasi paese Ue con le tariffe del Paese d'origine. In commissione Cultura, abbiamo triplicato i finanziamenti per i progetti Erasmus: una forma di scambio culturale e di esperienze prezioso per formare i giovani europei. Ma penso anche a provvedimenti apparentemente minori, ma con risvolti cruciali per il futuro del pianeta: penso a una misura lungimirante, da noi approvata nella commissione Envi (che si occupa di ambiente, ndr), che impone di non realizzare più entro una certa data gli oggetti in plastica monouso, come piatti e bicchieri ad esempio. Contribuirà a ridurre la mole di plastica circolante e, in prospettiva, l'inquinamento del pianeta.

C'è chi sostiene che i poteri dell'Europarlamento debbano essere irrobustiti, nella dialettica istituzionale a tre con Consiglio e Commissione. Lei cosa ne pensa?

Concordo. Si tratta dell'assemblea legislativa dell'Unione, i suoi rappresentanti vengono eletti direttamente dai cittadini europei, come avverrà anche il 26 maggio nelle urne. I suoi meccanismi sono trasparenti, mentre spesso nel Consiglio dei capi di Stato e di governo le logiche che presiedono a talune decisioni restano dietro le quinte e non vengono appalesate.

Nella legislatura che verrà, a suo parere, sul piano dell'indirizzo politico su cosa la Ue dovrebbe cambiare rotta e atteggiamento?

Anzitutto, la prima cosa da fare è superare questo "rigorismo" economico di matrice tedesca che sta impedendo all'Europa di ripartire, dopo la grande crisi economica del 2008. Di rigore si può morire, occorre maggior flessibilità nei parametri a favore dei Paesi che investono e creano lavoro. Anche sulla grande questione dei flussi migratori, la Ue non è stata capace di parlare a una voce sola: io ritengo, e non sono certo il solo, che si debba finanziare un grande piano di investimenti in Africa, accompagnato però da un coordinamento efficace per la destinazione dei fondi stanziati.

La difesa a oltranza degli interessi nazionali si concilia con una visione politica ed economica comunitaria? Si può essere "sovranisti" ed "europei", senza scivolare in un ossimoro permanente?

Io credo che non sia possibile prescindere dall'Unione europea, perché la competizione globale è ormai fra macroattori come la Cina o gli Usa. Ma parimenti ritengo che questa Europa debba cambiare profondamente, essere meno burocratica, e che le identità nazionali debbano tornare ad avere un peso. Un Paese come l'Italia non può lasciare campo libero all'asse fra Germania e Francia, rinsaldato di recente dall'accordo di cooperazione franco-tedesca siglato ad Aquisgrana.

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