mercoledì 26 gennaio 2022
Nadia Boschi curatrice del «Programma 2121» che ha formato 26 persone inserite a Mind e Santa Giulia: «Modello scalabile, la vera sfida è abbattere lo stigma culturale»
Detenuti al lavoro nel cantiere Mind, nell'area dell'ex Expo

Detenuti al lavoro nel cantiere Mind, nell'area dell'ex Expo

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Il reinserimento lavorativo dei detenuti non è una questione filantropica ma un’occasione, sinora mancata, per risarcire chi ha subito il reato e creare valore per la comunità. Il progetto Programma 2121, avviato nel 2018 a Milano, si muove in questa direzione innovativa e si propone come 'modello' da replicare su larga scala nel resto del Paese. Per uscire dalla logica della concessione, vale a dire di un lavoro 'protetto' concesso ai detenuti spesso dentro le mura del carcere, e avviare una profonda trasformazione culturale che conceda a chi sta scontando una pena di avere una possibilità reale di trovare un ruolo nella società quando avrà saldato il suo debito. Al pari di tutti gli altri. Di trovarsi in un ufficio o in un cantiere senza sentirsi a disagio. Programma 2121 è un’iniziativa pubblico-privato promossa dal ministero della Giustizia e da Lendlease, operatore di Real estate e infrastrutture con sede a Sidney e progetti in Asia, Europa e America. Nato da una 'vicinanza' fisica – quella del carcere di Bollate con Mind, Milano innovation district, il progetto di riqualificazione dell’area ex Expo gestito in partnership dalla stessa Lendlease con Arexpo – ha come modello di riferimento iniziative simili avviate in Gran Bretagna. Il nome deriva dall’articolo dell’ordinamento penitenziario (il 21 appunto) che abilita i detenuti al lavoro extra moenia. Un «modello di innovazione sociale scalabile » lo definisce Nadia Boschi –, PhD - Head of Sustainability Italy & Continental Europe di Lendlease –, curatrice del programma e autrice del libro «Programma 2121. La via italiana per l’innovazione sociale» edito da Egea in cui vengono raccolti e analizzati i primi tra anni di vita del progetto. «Un’esperienza che dimostra come sia possibile una sinergia tra imprese, pubblica amministrazione, terzo e settore e società civile ». Il progetto ha ricevuto una serie di riconoscimenti internazionali, anche da parte dell’Onu, e i risultati saranno illustrati al ministro della Giustizia Marta Cartabia. «La cosa eccezionale – sottolinea Boschi – è il parternariato senza precedenti che ha visto coinvolti il ministero di Giustizia e quello del Lavoro tramite l’Anpal, la Regione Lombardia e la città metropolitana di Milano. L’obiettivo è l’occupabilità: non ti do un lavoro, lo spero, ma ti rendo competitivo sul mercato. I detenuti sono stati selezionati in base alle competenze che già possedevano. Ci sono stati dei veri e propri colloqui con due o tre candidati per ogni posizione e una piccola retribuzione, pari a 550 euro più buoni pasti e l’abbonamento ai mezzi, pari a quella che riceve un tirocinante neo-laureato». Formazione relazionale e tecnica sono andate di pari passo mentre alle aziende che partecipavano ai bandi per la riqualificazione dell’area Expo è stata sottoposta la clausola sociale da Lendlease. L’edilizia è un settore che ha bisogno di manodopera specializzata e per questo serve una formazione lunga, anche in chiave di sicurezza, in altri settori l’iter di formazione potrebbe essere più breve. Ma il punto di partenza è dare fiducia ai detenuti. «Se si riesce a spezzare la catena la paura del confronto con il mondo non protetto si è già a metà dell’opera: il tasso di suicidi è più elevato proprio nel periodo di fine pena quando il detenuto teme di dover rientrare in un mondo che nel frattempo è cambiato – continua Boschi –. Il rischio che torni ad essere preda di chi lo ha mandato in galera è elevatissimo, se alle spalle non ha una famiglia che lo sostiene. Lavorando migliora la percezione di sé stesso e ha la possibilità di appianare il debito contratto con lo Stato». I detenuti che hanno partecipato a Programma 2121 hanno un’età compresa tra i 36 e i 45 anni, qualifiche scolastiche medioalte (diploma ma in alcuni casi anche la laurea) e competenze in amministrazione d’ufficio, gestione della sicurezza e progettazione Autocad.

«Il primo ciclo triennale ha creato trenta matching, 26 sono andati a buon fine con 17 aziende che hanno partecipato tra Mind, Santa Giulia e la manutenzione dei giardini in centro. L’inserimento però ha un iter lunghissimo dal punto di vista burocratico: 18 passaggi e quattro mesi di tempo – sottolinea la responsabile –. Vogliamo ridurlo a due mesi e coinvolgere di più le imprese, puntando sui vantaggi che possono ottenere ma soprattutto rompere la barriera dello stigma e favorire una rivoluzione culturale. All’inizio non sono mancante perplessità e preoccupazioni anche da noi ma l’anno scorso nel corso del tradizionale Community day tutti i 105 impiegati di Lendlease hanno deciso di fare la loro giornata di volontariato al carcere di Bollate». Il problema dell’inserimento lavorativo dei detenuti ha proporzioni molto ampie. Solo il 30% dei detenuti svolge un’attività e di questi solo il 13% per datori di lavoro terzi rispetto all’amministrazione penitenziaria. In Italia c’è una recidiva del 68% che rappresenta un grosso costo sociale e che viene praticamente azzerata (diminuisce dell’80%) nel caso in cui l’ex detenuto abbia un lavoro fisso. Dal punto di vista organizzativo Programma 2121 si ispira al mondo dell’impact investing e in particolare all’iniziativa realizzata presso il carcere di Peterborough nel Regno Unito e a BeOnsite, filiale non profit di Lendlease che si occupa di supportare persone che presentano difficoltà ad accedere al mondo del lavoro a mantenere carriere prolungate nel tempo. In 10 anni ha dato lavoro a più di 700 persone, un terzo dei quali proveniente dal dal sistema giudiziario penale, facendo crollare il tasso di recidiva dal 45% della media inglese al 4,5%.

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