lunedì 21 giugno 2010
La People's Bank of China, dopo aver annunciato l'apertura a una maggiore flessibilità della propria divisa nel fine settimana, ha fissato questa mattina sul mercato interbancario il biglietto verde a 6,8275, confermando lo stesso valore di venerdì.
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Lo yuan ha aggiornato i massimi degli ultimi cinque anni sul dollaro e si è portato a quota 6,8015 contro il biglietto verde, al livello più alto da quando la valuta cinese è stata rivalutata a luglio del 2005. La People's Bank of China, dopo aver annunciato l'apertura a una maggiore flessibilità della propria divisa nel fine settimana, ha fissato questa mattina sul mercato interbancario il dollaro a 6,8275, confermando lo stesso valore di venerdì.Progressivamente, lo yuan ha guadagnato terreno rispetto al riferimento comunicato sul sito ufficiale ChinaMoney, portandosi ad esempio a 6,8110 (massimi da settembre 2008) e allungando ancora il passo fino ad attestarsi a 6,8015, che vale una flessione dello 0,38%, cioè quasi ai limiti dello 0,5% di fluttuazione massima tollerata dalla banca centrale di Pechino.LA RIFORMA DEL TASSO DI CAMBIOCina ha annunciato «la riforma del tasso di cambio dello yuan» così da «incrementare la flessibilità» della sua valuta. La decisione, ha spiegato ieri la Banca centrale cinese, è stata presa sulla base della graduale ripresa dell’economia globale e della «ripresa e crescita dell’economia cinese» che «ha acquistato solidità con il rafforzamento della stabilità economica» ed è stata accolta con favore dalla comunità internazionale che sta facendo pressione su Pechino per ridurre gli squilibri economici mondiali. La decisione, ha fatto sapere il capo del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, «rappresenta uno sviluppo molto gradito» in quanto «uno yuan più forte è in linea con le conclusioni del rapporto del G20 che verrà presentato a Toronto la prossima settimana» e «aiuterà a aumentare il reddito delle famiglie cinesi».«È un’ottima notizia che porterà a un doppio vantaggio per il made in Italy» ha fatto eco il viceministro allo sviluppo economico, Adolfo Urso, spiegando che «da una parte si riduce la competitività dei prodotti cinesi» e «dall’altra, la Cina avrebbe maggiore potere d’acquisto per importare macchinari e tecnologie italiane». La mossa cinese ha poi ricevuto commenti positivi sia dal presidente francese Nicolas Sarkozy che dal ministro delle finanze russo, Alexei Kudrin, che dal giappone e, apparentemente è un passo avanti rispetto alle dichiarazioni del vice ministro degli esteri cinese, Cui Tiankai, che venerdì aveva ribadito che «lo yuan è la moneta cinese quindi non una questione da discutere a livello internazionale».Sulla correzione degli squilibri nel commercio mondiale attraverso l’aumento del valore della valuta di Pechino, ci sarà però ancora da discutere al summit canadese. Lo stesso presidente Usa, Barack Obama – che il giorno precedente ha inviato una lettera ai leader del G20 mettendo in chiaro che i «tassi di cambio orientati dal mercato siano essenziali per un’economia globale vitale» – ha infatti definito la notizia «un passo costruttivo», ma si è detto ansioso di riprendere la questione il prossimo fine settimana a Toronto. E anche il ministro del Tesoro Usa, Tim Geithner, nel sottolineare che «una vigorosa attuazione (della riforma) porterebbe un contributo positivo per una crescita globale forte e bilanciata», ha lasciato trapelare cautela sul comunicato cinese.«Dopo una notevole riduzione nel 2009, il surplus commerciale ha continuato a scendere dall’inizio del 2010» aveva infatti sottolineato la Banca centrale di Pechino spiegando che pertanto «non esistono le basi per un aumento su larga scala del tasso di cambio dello yuan». Sebbene quindi, si parlerebbe della fine del legame tra la valuta cinese e il dollaro che durava da 23 anni, con «una costante enfasi nel riflettere offerta e domanda del mercato in riferimento a un paniere di monete», gli aggiustamenti saranno limitati e Geithner si è «augurato di continuare a lavorare con la Cina nel G20 e rafforzare il recupero economico in modo bilaterale». Meno diplomatica, invece, la risposta dei legislatori americani che minacciano misure che controbilancino la strategia di Pechino di mantenere lo yuan sottovalutato così da rendere le esportazioni cinesi più convenienti.
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