Intervista. «Tradito da dentro l'ideale delle Bcc»


PIETRO SACCÒ domenica 14 febbraio 2016
Zamagni: la "via d’uscita" va cambiata. Temo sia stata sollecitata. L’economista non dispera sulla possibilità di correggere la norma «Ma questo caso può dare la sveglia: la cooperazione deve tornare a lavorare sulla sua identità».
«Tradito da dentro l'ideale delle Bcc»
Stefano Zamagni ammette di essere rimasto sbalordito da quella “clausola di uscita” infilata all’ultimo momento nella riforma del sistema del credito cooperativo, dopo che Federcasse, la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia avevano lavorato per più di un anno riuscendo ad arrivare a un testo su cui c’era grande convergenza. La regola del cosiddetto way out è in sé pessima, ma ancora peggiore è il sospetto che solleva, avverte l’economista profondo conoscitore del mondo cooperativo italiano: a suggerirla potrebbero essere state proprio alcune Bcc. Partiamo da questa clausola che permetterebbe a una Bcc con oltre 200 milioni di capitali di trasformarsi in Spa riscattando le sue riserve dopo averci pagato una tassa del 20%. Perché è così sbagliata? È pessima per almeno due di motivi. Intanto c’è una palese violazione del principio legale secondo il quale i fondi lasciati alle riserve delle Bcc sono indisponibili e indivisibili, perché sono riserve che nel corso dei decenni sono state accumulate in esenzione fiscale, quindi appartengono ai cittadini, non alla banca. Consentendo questo 'riscatto' con un pagamento del 20% si concede a queste Bcc più grandi un abbuono del tutto immeritato. Soprattutto però c’è una contraddizione sotto il profilo etico. La solidarietà intergenerazionale è il principio regolativo di ogni Bcc: le riserve indivisibili sono alla base di un patto di solidarietà intergenerazionale dell’impresa, nel momento in cui concedo quel patrimonio a chi gestisce la banca in quel momento violo questa regola etica. Infine c’è la questione di chiedersi perché è accaduto: lo ha deciso il presidente del Consiglio di sua sponte o alcune delle Bcc più grandi hanno spinto in questa direzione? Se così fosse sarebbe molto grave, perché queste banche avrebbero violato i principi fondanti del credito cooperativo. Qual è il principio che è stato violato? L’articolo 2 degli statuti delle Bcc dice che i principi di funzionamento della banca sono ispirati alla dottrina sociale cristiana, quindi ogni Bcc ha accettato il principio di mutualità che è alla sua base. Se qualcuno da dentro ha sollecitato a Matteo Renzi quella modifica allora ha dimostrato un’ipocrisia gravissima: tu non puoi entrare a fare parte di una compagine per certi valori e poi quando il vento cambia te ne esci per motivi di egoismo. Ma avremo modo di accertare le responsabilità di tutto questo. Quindi stiamo parlando di un problema che è soprattutto interno al mondo della cooperazione. Io insisto su vent’anni su questo punto: il mondo cooperativo non può smettere di investire nel suo capitale culturale. In passato c’era un forte lavoro sull’educazione ai principi cooperativi, all’identità mutualistica. Oggi questa educazione è venuta meno, si è puntato tutto sulla formazione professionale e tecnica, sul pensiero calcolante, che risolve i problemi, invece che su quello pensante, che dà un senso al proprio agire. Presi dal successo molto hanno dimenticato le proprie origini e il principio regolativo del proprio agire: come nel mito di Icaro, che non ha rispettato le indicazioni del padre e sappiamo che fine ha fatto... Questa debolezza sul lato 'identitario' della cooperazione che conseguenze pratiche ha avuto?Lo vediamo proprio in questo caso: c’è un predominio dei manager, persone che comandano organizzazioni cooperative senza conoscere i principi fondativi della cooperazione. È qualcosa di assurdo, come se uno volesse diventare prevede ma dicesse che non gli interessa studiare teologia. In questo c’è stata anche una responsabilità degli economisti, che in buona fede hanno fatto credere che la governancedi una cooperativa potesse anche non essere diversa da quella di un’impresa qualunque. In questo senso la way out deve dare la sveglia alla cooperazione italiana, ridando voce a coloro che dentro il movimento cooperativo dicevano che una Organizzazione a movente ideale non può scegliere i suoi dirigenti come fa un’azienda capitalista. Il decreto poi crea una pessima situazione all’interno del sistema del credito cooperativo. In che senso? La way out dà un potere di ricatto e di minaccia a quelle Bcc che superano i 200 milioni di capitale e che possono dire: oggi rimango nel sistema, ma fra un po’ se non mi accontentate me ne vado con le mie riserve. È un sistema che incentiva i ricattatori, è immorale e crea diffidenza reciproca. Questa modifica dell’ultimo minuto ha fatto arrabbiare molti. Compresi ministri e sottosegretari. Pensa che il decreto, ancora a Palazzo Chigi, alla fine sarà corretto? Sono abbastanza ottimista. Un po’ per la reazione che c’è stata già dentro il governo. E un po’ perché il Paese non lascerà passare facilmente una cosa del genere. La mutualità in Italia è una forma di solidarietà molto radicata, che innerva tutto il territorio. Mi risulta che stiano già rivedendo il testo e poi avremo tutto il passaggio parlamentare. Renzi è un politico navigato, non vorrà catturarsi tante inimicizie per difendere un errore del genere. Tolto questo aspetto la riforma è condivisibile? In generale sì, è quella su cui si era lavorato a lungo e l’impianto generale mi pare equilibrato. In questa situazione internazionale occorreva dare un segnale di svolta anche alle Bcc. Poi sui singoli provvedimenti c’è ancora spazio a delle modifiche. Ad esempio il testo crea dei problemi alle Raiffeisendell’Alto adige, che non si sono viste riconoscere la loro specificità e sono giustamente preoccupate. È chiaro che alla base di tutto per la politica c’è questa posizione, legittima ma sbagliata, per cui bisogna che sussistano solo le grandi banche. Parlano di disboscare i cespugli, e invece uccidono la biodiversità bancaria, che invece è essenziale alla salute di un sistema economico. Se una banca va male è perché i suoi dirigenti non sono bravi a selezionare il credito, non perché è troppo piccola. Altrimenti oggi non saremmo qui a preoccuparci per i guai del gigante Deutsche Bank...
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