sabato 13 gennaio 2018
Su 20 Regioni italiane ben 13 sono caratterizzate da situazioni di crisi aziendali che coinvolgono vasti territori
Ripresa non per tutti 190mila posti in bilico

Un tweet: «Vertenza #IdealStandard oggi al @MinSviluppo. Forte impegno per trovare una soluzione. Prossimo appuntamento tra 15 giorni». È di ieri ben leggibile sul sito del ministero dello Sviluppo economico a firma del titolare del dicastero, Carlo Calenda. È solo un esempio del lavoro che attende i ministeri, i sindacati e, ovviamente, i dirigenti di tante industrie per cercare di risolvere nella maniera più indolore possibile le crisi aziendali che hanno punteggiato il 2017. Un anno che ha fatto soffrire migliaia di lavoratori e il 2018 è atteso come momento di rinascita.

Migliaia di persone. I numeri del ministero sono eloquenti: 190mila persone in attesa di conoscere il destino del proprio sito di lavoro e, soprattutto, il proprio destino futuro. Perché nei palazzi romani sono 'vagliati' qualcosa come 166 tavoli di crisi aperti che coinvolgono aziende grandi e piccole, da Nord a Sud dello Stivale. E si tratta di vertenze che molto probabilmente finiranno nelle mani del prossimo governo visto che i tempi di risoluzione sono lunghi. Crisi che, oltre tutto, spesso riguardano non una singola azienda radicata in quel determinato territorio ma intere zone del Paese, non per nulla esistono le aree di crisi (divise in complessa e non complessa) che mettono in luce situazioni preoccupanti. In particolare, le aree di crisi complessa sono zone che riguardano territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale e con impatto significativo sulla politica industriale nazionale, crisi non risolvibili con risorse e strumenti di sola competenza regionale.

E su 20 Regioni ben 13 sono caratterizzate da questi 'drammi': Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto. Un puzzle davvero complesso come si evince dalla geografia delle criticità. Se ci sono casi molto noti e all’ordine del giorno anche per la valenza nazionale che l’eco dei fatti comporta, basti pensare all’Il- va (che non è solo Taranto, ma coinvolge in qualche modo anche Genova e Novi Ligure), ad Alitalia, ad Ericsson e Almaviva, nelle ultime ore è esploso quello di Embraco, l’azienda torinese controllata da Whirlpool, che ha annunciato 497 licenziamenti nel sito di Riva di Chieri. Un numero enorme che si perde nel 'mare magnum' dei 190mila coinvolti nelle crisi delle rispettive aziende.

La mappatura delle imprese in 'apnea', dati del Mise alla mano, mette in luce, poi, una sorta di difficoltà quasi sistematica del settore degli elettrodomestici che, dal 2014, occupa stabilmente il primo o secondo posto nella triste graduatoria dei settori più interessati da crisi mentre nel biennio prece- dente era quello dell’Ict (tecnologie della comunicazione e dell’informazione) ad essere in cima alla classifica. Se – dal 2015 – si è praticamente dissolta l’emergenza nell’automotive, tra il 2016 e l’anno appena licenziato ecco l’esplosione delle sofferenze nel mondo siderurgico.

Un problema complesso è poi quello della gestione dei percorsi per arrivare alle soluzioni, la durata media è di 28-30 mesi ma ci sono vertenze che si trascinano ormai da 60 mesi come Lucchini a Piombino, l’ex Fiat a Termini Imerese, Gepin Contact (call center) e Ideal Standard. Può confortare vedere che tra il 2016 e il 2017 ben 62 vertenze si sono risolte positivamente, tra cui quelle che hanno interessato Bridgestone, Micron di Avezzano, Sm Optics (spin off di Alcatel). Resta però il fantasma di nuovi casi che possano aprirsi perché esaminando le cause che portano alla crisi aziendale si vede che il 61% delle motivazioni trae origine da questioni interne quali difficoltà finanziarie, criticità gestionali e manageriali, ristrutturazioni aziendali e insostenibilità dei costi. Solo nel 39% dei casi i fattori dipendono da crisi del mercato e contrazioni di volumi. L’ultima annotazione può apparire parzialmente consolante: i casi senza risoluzione sono stati 15 nel 2016 e 'solo' 6 l’anno scorso.

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