martedì 13 giugno 2017
Così troppe imprese e Stati violano ancora le regole dell'Onu su pace, giustizia e istituzioni
Sui diritti umani ritardo globale

Il fatidico 2030 indicato dall’ambiziosa Agenda delle Nazioni Unite come cruciale anno dell’esame di maturità della comunità internazionale prevede traguardi concreti e materiali, ma anche obiettivi sociali ed etici. Tra questi spicca l’obiettivo numero 16, declinato in un ideale quanto imprescindibile trittico: pace, giustizia e istituzioni forti. Una meta, ancor più che una tappa, volta alla promozione di società pacifiche ed inclusive per uno sviluppo sostenibile, che si propone di perseguire nella concretezza l’ideale di un accesso universale alla giustizia nonché a dare vita a istituzioni responsabili ed efficaci a tutti i livelli. È un’evidenza storica, a cui nemmeno l’attualità riesce a sottrarsi, che tra le istituzioni più affette da corruzione vi siano nel mondo proprio la magistratura e la polizia. Ma l’attenzione e la vigilanza all’interno di quegli stessi organismi costituisce in molti casi un generale, comunque, i continui fenomeni (spesso crescenti) di corruzione, concussione, furto ed evasione fiscale costano ai Paesi importanti percentuali di Prodotto interno lordo. Per i Paesi in via di sviluppo questo danno anzitutto sociale è stato quantificato sommariamente in circa 1,26 mila miliardi di dollari l’anno. Una enorme somma di denaro che potrebbe essere usata per sollevare coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorni al di sopra di tale soglia per almeno sei anni. Altro dato drammatico e allar- mante è poi la percentuale di bambini che lasciano la scuola primaria nei tanti Paesi in questi anni colpiti da conflitti. Un numero impressionante che ha raggiunto il 50% nel 2011, comprendendo 28,5 milioni di bambini. Un dato ciò dimostra l’impatto che le ormai troppe società instabili hanno su uno dei principali obiettivi inseriti nell’allora Agenda del 2015: l’istruzione. È chiaro dunque quanto lo stato di diritto e lo sviluppo siano caratterizzati da una decisiva interrelazione e si rafforzino a vicenda, rendendo questa compresenza necessaria per lo sviluppo sostenibile a livello nazionale ed internazionale.



Tutto inizia e tutto tende alle Nazioni Unite. È all’organizzazione dai tratti più universalistici che l’umanità si sia saputa dare che si guarda quando si ragiona sul rapporto, delicato e complesso, tra business e diritti umani. Un tema che è stato affrontato in profondità a un recente incontro promosso dalla Ong Mani Tese all’Università Statale di Milano, in cui si è verificato ad esempio a che punto siamo nel «promuovere lo stato di diritto a livello nazionale e internazionale e garantire parità di accesso alla giustizia per tutti» (come si dice nei sotto-obiettivi del Global goal numero 16) quando in gioco ci sono appunto i diritti umani. In quest’ambito il documento che ha segnato una sorta di nuovo corso è rappresentato dai 'Principi guida per le Imprese e i Diritti umani' emanato dalle Nazioni Unite nel 2011. Un testo giuridicamente non vincolante, cosiddetto di 'soft law', che tuttavia ha fissato tre punti fondamentali in materia. Il primo riguarda gli Stati, a cui è richiesto non solo di conformarsi all’obbligo di tutelare e fare rispettare i diritti umani, ma anche di attivarsi affinché lo rispettino le imprese, a partire dal monitoraggio e rendicontazione della loro attività. Il secondo riguarda specificamente le imprese e le chiama in causa per adoperarsi in prima persona per il rispetto dei diritti umani, specie nei Paesi - al di là del proprio di origine - in cui sono attive. Il terzo fa riferimento al diritto delle popolazioni, vittime di violazioni dei diritti umani operate dalle imprese, ad avere accesso a meccanismi di reclamo e risarcimento. Insomma, ad avere giustizia. Quello auspicato dai Principi Onu, purtroppo, è però un mondo ancora lontano da quello reale. I casi violazione di diritti umani, infatti, specie quelli con protagoniste grandi corporation, continuano a non mancare. Uno dei più emblematici è quello della Texaco (poi acquisita da Chevron), che con la sua attività estrattiva è stata ritenuta responsabile di disastro ambientale nell’Amazzonia ecuadoriana, con gravissime conseguenze per le comunità indigene e l’intero ecosistema.


A inizio anni ’90 fu intentata una class action da un piccolo gruppo di indigeni. Nel 2012 il tribunale della provincia di Sucumbios condannò la multinazionale per disastro ambientale e a un risarcimento di 18 miliardi di dollari. Nel 2013 la Corte Nazionale di Giustizia di Quito, capitale dell’Ecuador, confermò la sentenza, dimezzando la multa a 'soli' 9,5 miliardi di dollari. Risarcimento comunque ingentissimo, che però non è stato ancora versato: nonostante gli sforzi compiuti dallo stesso Ecuador attraverso la campagna 'Le mani sporche della Chevron', che aveva visto il coinvolgimento diretto dello stesso presidente Rafael Correa, la multinazionale si è rifiutata di pagare. Come? Ad esempio ostacolando l’esecuzione della sentenza col ritiro dei suoi beni dal territorio ecuadoriano. Presentando ricorso alla Corte Costituzionale. E avviando richieste di arbitrato internazionale contro l’Ecuador. Facendo, in pratica, tutto quello che le maglie evidentemente molto larghe del diritto internazionale le hanno consentito di fare per evitare di pagare. Un altro caso che ha fatto scuola riguarda l’anglo-olandese Royal Dutch, altro colosso delle fonti fossili di energia. Dopo un travagliato iter, alla fine l’Alta Corte di Londra ha bloccato la class action promossa da comunità della regione del Delta del Niger, dove Shell opera da lungo tempo, per l’inquinamento prodotto dalle fuoriuscite di greggio. I giudici hanno dato ragione alla multinazionale, che sosteneva che competenti a decidere sono i tribunali nigeriani, con tutti i se e i ma facilmente immaginabili. Ma ci sono casi anche nei Paesi industrialmente avanzati e giuridicamente evoluti. Per stare in casa nostra, è atteso il pronunciamento della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sul ricorso che cittadini di Taranto hanno presentato contro lo Stato italiano per l’attività dell’Ilva di Taranto.

L’accusa è di non aver adottato tutte le misure necessarie per proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini. L’elenco potrebbe continuare a lungo, pescando in particolare dai settori più esposti sul fronte dei diritti umani come il tessile, l’estrattivo, agroalimentare. C’è insomma un’area grigia o se si vuole un vuoto, di meccanismi da attivare se non proprio giuridico, che finisce di fatto col garantire alle multinazionali quella che gli attivisti chiamano 'impunità corporativa'. I citati Principi Onu hanno iniziato a riempire questo vuoto. Ma hanno cominciato a farlo anche alcuni Stati. In Francia è stata appena approvata la legge sul 'dovere di vigilanza', che impone appunto alle società più grandi di vigilare sull’impatto della propria attività, compresa quella di fornitori e sub-fornitori, su persone e ambiente, elaborando un piano di vigilanza specifico. Similmente nel 2015 in Gran Bretagna è stato votato il Modern slavery Act, che impone alle imprese maggiori di monitorare a tutti i livelli la propria attività per verificare che non sia collegata a violazioni (cioè slavery Ma ancora una volta si guarda alle Nazioni Unite. Nel Consiglio per i Diritti umani dell’Onu si è aperto infatti un gruppo di lavoro che ha l’ambizione di arrivare a un trattato giuridicamente vincolante su imprese e diritti umani. Se il mondo fa sul serio sul rispetto dei diritti umani, nella prospettiva della costruzione di un modello di sviluppo socialmente e ambientalmente equo, sostenibile e inclusivo, è un obiettivo che non si può non centrare.

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