venerdì 3 novembre 2017
Lo sostengono Stefano Pileri e Antonello Busetto, presidente e direttore di Anitec-Assinform. Possibili 85mila nuovi posti di lavoro entro il 2018, ma mancano i professionisti
«Serve una logica di sistema per creare più occupazione»

«Sono stati fatti passi in avanti, ma ancora manca una logica di sistema. Stato e imprenditori hanno compreso le esigenze: è scoccata una scintilla. Ma c'è molto da fare su investimenti e sburocratizzazione». Lo sostiene Stefano Pileri, presidente di Anitec-Assinform, l'Associazione italiana per l'information communication technology. Anche i numeri presentati da Agcom, all’interno dell’Osservatorio delle Comunicazioni, mostrano un segnale incoraggiante soprattutto in termini di accessi complessivi della rete fissa, in continua crescita grazie all’andamento delle linee a banda larga che, nella prima metà dell’anno, hanno sfiorato i 16,2 milioni, con un aumento su base annua pari a 880mila unità. Ciò che consente di guardare al futuro con ottimismo sono i dati relativi alle linee broadband con una velocità superiore ai 10 Mbit/s (oltre il 60% del totale) e alla banda ultra larga (oltre i 30 Mbit/s) che rappresentano oltre il 20% (rispetto all’11% registrato a giugno 2016).


«I dati Agcom – spiega Pileri – mostrano come l’Italia abbia saputo cambiare passo e lo sviluppo dell’Ultra Broadband, reso possibile dagli investimenti degli operatori e incoraggiato fortemente anche dal governo che sta seguendo il solco tracciato dal Piano Strategico del marzo 2015. Le connessioni Ultra Broadband sono diventate essenziali perché in molte abitazioni ci sono molti utilizzatori contemporanei, perché è oggi importante abilitare le nuove modalità di lavoro agile e di formazione permanente, perché le nostre industrie con la strategia 4.0 necessitano di connessioni estremamente veloci tra le fabbriche, i fornitori, i distributori e i clienti con i dati residenti sempre più spesso nel cloud».

Gli accessi a banda ultra larga sono incrementati di circa due milioni in un anno con una crescita di oltre il 60%, il traffico totale cresce di oltre il 50% e inoltre stanno riscuotendo un successo crescente i servizi di connettività con velocità di 100 Mbit/s e superiori fino alle offerte di punta che arrivano a 1 Gbit/s a prezzi molto contenuti. Un tale ritmo di crescita, a nostro avviso, è destinato ancora a crescere e ci consentirà di colmare il gap che ancora oggi abbiamo rispetto ai Paesi di punta dell’Europa.

Tutti segnali positivi che hanno un risvolto anche nell'occupazione. «La stima - sottolinea Antonello Busetto, direttore di Anitec-Assinform - è che nel triennio 2016-2018 si potrebbero creare 85mila nuovi posti di lavoro che richiedono specializzazione in Ict, a fronte di un’occupazione complessiva che potrebbe salire da qui al 2018 del 3,5% annuo e raggiungere le 624mila unità. Per queste posizioni il mercato richiede il 62% di laureati e il 38% di diplomati, ma il nostro sistema formativo propone troppi diplomati (8.400 in eccesso) e troppo pochi laureati in percorsi Ict (deficit di 4.400). La difficoltà di reperimento, però, arriva al 56%. La buona notizia è che le immatricolazioni in facoltà dell’area Ict crescono di anno in anno, sono 26mila nell’attuale anno accademico segnando un +11% rispetto a quello precedente, tuttavia è alto il tasso di abbandono (60%), soprattutto nelle triennali di Informatica».

Nei percorsi universitari stanno via via entrando le competenze legate a Big Data, Data Science, Cybersecurity, resta trascurato il Cloud. Nelle facoltà non Ict le competenze digitali sono invece trascurate, nessuna formazione in proposito per circa la metà dei 4.362 corsi di laurea esistenti. Stanno in compenso aumentando, seppur lentamente, le collaborazioni fra scuola, università, imprese e associazioni: è decisamente un’area strategica da amplificare, superando i problemi legati alla dispersione del quadro normativo, al coordinamento organizzativo e all’accesso agli incentivi. «Resta da focalizzare la formazione continua - afferma il presidente di Anitec-Assinform -. Per superare la difficoltà di reperimento di queste figure bisogna puntare sulle scuole, in particolare gli istituti tecnici e gli Its. Il Miur si sta impegnando a incrementare gli Istituti tecnici superiori: i risultati sono incoraggianti e la strategia si sta rivelando vincente. Le Università possono colmare le carenze di competenze Stem, ossia Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. Ma soprattutto bisogna riscoprire la formazione permanente in azienda. Mentre le pmi devono aggregarsi e fare rete».


La domanda di nuovi profili digitali dal punto di vista di imprese e Pubblica Amministrazione è stata analizzata con un panel qualitativo e ha evidenziato la domanda crescente di nuovi profili legati all’innovazione dei processi, dei prodotti e delle strategie in ottica digitale. Quelli più critici per la filiera Ict sono il Business Analyst, il Project Manager e il Security Analyst. Si colma il gap riconvertendo le risorse già presenti attraverso formazione d’aula e (minore ma in crescita nei giovani) il digital learning; la ricerca all’esterno ha come canali privilegiati l’interazione con le facoltà tecnico-scientifiche (47,6%), il network personale/professionale (47,6%) e i social media (42,9%). Nelle aziende utenti, i profili comuni più critici da reperire sono il Responsabile Sistemi Informativi, l’Ict Security Manager e il Project Manager.

Ciò che oggi è determinante è lo Skill Digital Rate, ovvero il grado di pervasività delle competenze digitali all’interno di una singola professione richiesta dal mercato: secondo l’analisi delle web vacancies nel 2016 nelle professioni Ict queste incidono in media per il 68%, con picchi dell’80% per le nuove figure legate agli ambiti Iot, Mobile, Cloud; mentre nelle altre professioni l’incidenza è crescente, legata sia ai cambiamenti sulle aree di automazione nei processi stimolati di Industria 4.0 (63,6% ) sia nella relazione digitale con il cliente dei settori Servizi e Commercio (54,6%). L’85% delle Pa intervistate, invece, hanno bisogno di competenze digitali per far fronte alla digitalizzazione dei servizi a cittadini e imprese, legati ad esempio a Spid, Pago Pa, Fascicolo Sanitario Elettronico. Ma è difficile reperirle all’esterno, causa blocco delle assunzioni o farle evolvere in risorse già esistenti, per la difficoltà nel distoglierle da altre attività.

«Ma se lanciamo lo sguardo alle professioni del futuro, lo scenario cambia - conclude Pileri -. Le nuove professioni si chiameranno Change Manager, Agile Coach, Technology Innovation Manager, Chief Digital Officer, IT Process & Tools Architect e saranno costituite da un mix più articolato di competenze, per governare strategicamente i cambiamenti imposti dalle aree Big Data, Cloud, Mobile, Social, Iot e Security. Saranno soprattutto figure fatte da un impasto di skill tecnologiche, manageriali e soft skills quali leadership, intelligenza emotiva, pensiero creativo e gestione del cambiamento».

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