sabato 14 ottobre 2017
Per l'esperto Andrea Bellezza, l'automazione «può generare risorse da destinare a politiche di welfare organiche, all'innovazione sociale continua, a ricerca e sviluppo»
Robotica, sfida al lavoro del futuro

Più robot e meno occupati oppure più opportunità per nuove professioni? Nel breve periodo assisteremo a entrambi i fenomeni, anzi vi stiamo già assistendo. Il lavoro sta già cambiando. L’automazione erode l’occupazione a bassa intensità di conoscenza, e crea al contempo nuove opportunità lavorative e nuove professioni, a più alto valore aggiunto. Sostanzialmente si alza l’asticella della specializzazione verticale, ma allo stesso tempo diventano fondamentali l’approccio strategico, l’intraimprenditorialità, le competenze trasversali. La conferma di questa tendenza arriva anche da Andrea Bellezza - da sempre interessato al connubio tra crescita organizzativa e innovazione tecnologica, di processo, di linguaggio - fondatore e direttore strategico di Osc Innovation, che cura creatività, produzione multimediale e trasferimento tecnologico per il marketing e la comunicazione.

«La sfida - spiega Andrea Bellezza - è la trasposizione dei lavoratori ai nuovi paradigmi, ed è una sfida sistemica oltre che del singolo. Nel futuro, se saremo in grado di affrontare e vincere questa sfida cogliendo l’opportunità dell’automazione, lavoreremo molto meno e molto meglio, e lavoreremo solo per passione, la parte più gravosa del lavoro la assolveranno le macchine, chi non vorrà o non potrà lavorare sarà supportato dalla prospera comunità. Questo è ciò in cui credo, ed è ciò che potrebbe essere se valorizzassimo l’attuale livello di sviluppo tecnologico. Ma dipende da noi. Il futuro dipende dalla nostra capacità di riempire di senso le nuove forme percettive e cognitive, prima ancora che tecnologiche. Il futuro dipende dalla nostra capacità di attribuire senso al cambiamento, trasformando la tecnologia in metafora per immaginare nuovi paesaggi sociali ed emotivi. La robotica e l’automazione possono emancipare il genere umano dalle necessità produttive e, come suggerito da eminenti interpreti come Bill Gates ed Elon Musk, i robot possono pagare tasse e contribuire al benessere della popolazione, generando risorse da destinare a politiche di welfare organiche, all’innovazione sociale continua, a ricerca e sviluppo. Ciò aprirebbe la strada a una nuova umanità, all’avvento di menti in grado di interpretare ciò che ancora ha da venire, e quindi anche a nuove e stimolanti professioni».

Una vera e propria sfida. Se non saremo in grado di riempire di contenuto ciò che a quel punto rimarrebbe solo frenesia tecnologica, ci ritroveremo ad affrontare un ancor più grave crisi sistemica. L’innovazione, tuttavia, può contribuire all’evoluzione in un paradigma economico più armonioso, in grado di centrarsi sul benessere e sulla felicità dell’ecosistema, non solo sulla competizione per l’accumulo. In tal caso, per esempio, la città tecnologica sarà davvero intelligente, perché più sostenibile. Osc Innovation crede in un’innovazione umana oltre che tecnica, che è opportunità di creare artifici intelligenti prima che intelligenza artificiale, in una realtà virtuale e aumentata che non genera labirinti artificiali, ma che amplia le nostre possibilità di percezione, esperienza e conoscenza.

Ma di cosa hanno bisogno le imprese italiane per innovarsi? Industria 4.0 può bastare? «Le imprese italiane - sottolinea ancora il nostro interlocutore - hanno bisogno di un reale e funzionale supporto per l’internazionalizzazione e più in generale il presidio di nuovi mercati; un percorso di accelerazione sull’innovazione, come cultura del cambiamento, con un focus sul pensiero, i processi, i linguaggi, oltre che sulle tecnologie; diminuzione del carico fiscale; una efficace semplificazione amministrativa nell’accesso alle opportunità di finanziamento a fondo perduto. Industria 4.0, pur con i suoi limiti, è certamente un buon passo, ma deve essere il tassello di una politica organica, con attività continue, crescenti e interconnesse».


Andrea Bellezza è anche convinto che gli spazi per i giovani già ci sono e se ne creeranno di nuovi. Ma è richiesta «un’altissima dose di proattività e coraggio, fin dalla generazione e affermazione di nuove professionalità e percorsi di innovazione personalizzati. Bisogna avere un poderoso bagaglio di competenze hard, specifiche, ma anche soft, o trasversali, in termini di qualità personali, atteggiamenti, comportamenti, relazioni. E sono proprio queste ultime, a parità di preparazione tecnica, che sono più difficili per le aziende da reperire e potenziare». In altre parole bisogna essere in grado di accrescere il proprio valore sul mercato con un sapiente mix di orientamento, iper-specializzazione e professionalizzazione; bisogna avere certo padronanza specifica, ma anche approccio strategico ed intelligenza emotiva. Infine l’atteggiamento e il comportamento «devono essere imprenditoriali, anche se il lavoro è subordinato, il lavoratore deve essere intrapreneur, ovvero intraimprenditore - imprenditore all’interno di un organizzazione, caratterizzato da spirito di iniziativa, capacità di affrontare e risolvere problemi, prospettiva di crescita».

«Ragazze e ragazzi innovatori e imprenditori appassionati - prosegue il fondatore e direttore strategico di Osc Innovation - sono per me animati dal medesimo spirito. Il consiglio è lo stesso ed è quello che ripeto costantemente anche a me stesso: addestrare una forte capacità autopoietica, ovvero essere un organismo che ridefinisce continuamente se stesso e si sostiene e riproduce dal proprio interno; al contempo sviluppare l’intuito e l’ascolto, che ci donano visione, ma anche consapevolezza ecologica del reale, riportando la persona in un orizzonte più ampio e completo, comprendendo che il vero valore è dato dal tempo e dall’intensità; coltivare la passione, facendo ciò che amiamo, ma anche imparando ad amare ciò che facciamo; ed infine avere grande determinazione e possente resilienza, che è la capacità di trasformare i punti deboli e le criticità in nuove opportunità».

In questo senso non potevano mancare i riferimenti ai progetti di alternanza scuola-lavoro o l'apprendistato. Per Andrea Bellezza «le attività di raccordo tra formazione e lavoro sono, se ben orientate, certamente fondamentali per lo sviluppo dell’intero Paese». «Risultano efficaci però solo se fondano su approfondite e ficcanti analisi dei reali fabbisogni formativi e professionali - conclude - se proiettano questi fabbisogni nel futuro, se esplorano la reale convergenza produttiva tra ricerca e impresa, se si installano in una dimensione pratica e partecipativa, se non diventano mai strumenti di precarizzazione. In questo senso il sistema della professionalizzazione potrebbe essere un’opportunità rilevante di crescita complessiva. L’approccio esperienziale proprio di questi progetti può inoltre dare nuova linfa ai territori, valorizzare le eccellenze locali, rinnovare la tradizione del trasferimento della maestria, attraverso un apprendimento partecipativo, in grado di formare il professionista, ma anche forgiare l’essere umano. È opportuno però che tutti i portatori di interesse in gioco, ovvero Stato, scuola, Università, imprese, siano in grado di collaborare e creare una filiera di reale valore».

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