martedì 22 marzo 2011
La flessibilità è diventata la regola per l'82% delle imprese italiane. Con questi contratti le società riducono i costi e  migliorano la produttività.
COMMENTA E CONDIVIDI
Diventa sempre più lontano in Italia il miraggio del "posto fisso". Anche nel Bel Paese ci si sta adeguando al lavoro flessibile, sulla scia del modello americano. Oltreoceano infatti ben l'85% delle imprese offrono contratti di questo tipo, contro una media globale dell'81%. In Italia la media è dell'82%, praticamente quattro imprese su cinque, dunque molto vicina agli Usa. In Europa la percentuale più alta va a favore della Spagna (88%), a seguire Francia e Regno Unito con l'83%. Fanalino di coda la Germania con il 76%.Tra i vantaggi evidenziati la riduzione  dei costi e il netto miglioramento della produttività del personale, frutto principalmente del migliore equilibrio tra vita e lavoro sperimentato dai dipendenti. Ma le aziende si fidano più dei dipendenti "senior", perché ritenuti più affidabili.È quanto emerge dall'ultima ricerca globale condotta da Regus, che ha visti coinvolti dirigenti ed imprenditori  di oltre 17.000 aziende in 80 paesi di tutto il mondo, ai quali è stata chiesta un'opinione sulla prospettiva economica e sulle pratiche di lavoro flessile.Secondo il sondaggio è il 58% delle aziende italiane interpellate a ritenere che il lavoro flessibile comporti costi minori rispetto al lavoro fisso in ufficio. Tre imprese su quattro segnlano un netto miglioramento dell'equilibrio vita/lavoro ed un conseguente incremento della soddisfazione e della motivazione dei dipendenti, con quasi una azienda su due che lo associa ad un aumento della produttivià. Quasi una su cinque, invece, ritiene che una maggiore flessibilità sul lavoro sia di grande utilità per adattarsi ed affrontare al meglio la crescita rapida. La stessa percentuale ritiene che praticare politiche aziendali più flessibili permetta di accedere a un più ampia scelta di personale di talento, offrendo lavoro a persone anche in località più remote. Mauro Mordini, Direttore Regus Italia, Malta e Israele commenta così: «Il fatto che il lavoro flessibile sia diventato ormai la norma è sicuramente una buona notizia: dalle aziende ai dipendenti, dalle famiglie all'intera società e anche all'ambiente, tutti quanti possono trarne vantaggio». Si preferisce però puntare sul personale più anziano, quello "senior", per concedere il privilegio della flessibilità. È l'opinione del 28% delle imprese italiane interrogate da Regus, praticamente una su tre. Ma Mordini al riguardo lancia un monito: «Basando il diritto alla flessibilità sul grado di anzianità del personale, alcune aziende perdono preziose opportunità, causando perfino l'allontanamento di nuovi e giovani talenti molto ambiti per l'azienda. Dopo che gli studi hanno dimostrato che consentendo un certo grado di flessibilità al personale la produttività aumenta, è deludente scoprire come le aziende lascino che le questioni di fiducia siano da ostacolo nell'offrire il lavoro flessibile a tutti i dipendenti.  Tuttavia, poiché una grossa fetta ne riconosce i vantaggi pur non adottandolo ancora, possiamo aspettarci un'ulteriore crescita del lavoro flessibile nel corso del decennio».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: