sabato 24 novembre 2012
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Lo si temeva, e alla fine è successo: dopo due giorni di discussione, al summit straordinario che avreb­be dovuto decidere sul nuovo bilancio settennale dell’Ue (2014-2020) l’accordo non c’è stato. Il vertice si è chiuso anzi abbastanza rapidamente, ieri pomeriggio, dopo che il presidente del Con­siglio Europeo Herman Van Rompuy aveva dovuto constata­re l’impossibilità di trovare un ac­cordo sulla difficilissima partita. Il prudente fiammingo ha prefe­rito chiudere presto i lavori piut­tosto di imporre ai leader notta­te di liti feroci fino al week end, inasprendo il clima senza arriva­re a un risultato diverso. «Non dobbiamo drammatizzare – dirà a fine vertice – questi negoziati sono così complessi che in generale ri­chiedono due passaggi. Accadde anche l’ultima volta, nel 2005», quando i negoziati sul bilancio 2007-2013 falliro­no a giugno per riuscire, sotto presidenza britannica di Tony Blair, a dicembre. Van Rompuy ieri sosteneva che «vi è un sufficiente livello di convergenze potenziali per arrivare a un accordo all’inizio del prossimo anno», ma, come ha ammesso il presidente della Commissione, Jo­sé Manuel Barroso, restano «profonde differenze» tra i leader.
Barroso e Van Rompuy dovranno ora lavorare per preparare una intesa a un nuovo summit da tenersi a i­nizio 2013 (si parla di febbraio-marzo). Che l’aria fosse brutta si era capito dal mattino del se­condo giorno di vertice. «Ho i miei dubbi che arriveremo a un accordo», diceva il cancelliere Angela Merkel. Da giorni Berlino ripeteva che un rinvio non sarebbe «la fi­ne del mondo» perché «i tempi tecnici ci sono». Van Rom­puy doveva trovare la difficilissima quadra tra chi chie­deva tagli drastici al bilancio previsto dalla Commissio­ne (1.091 miliardi di euro) e chi invece si opponeva. Il fiammingo aveva già proposto una riduzione di 80 mi­liardi, in una bozza del 14 novembre che aveva sconten­tato un po’ tutti. Quando, passata la mezzanotte, Van Rompuy ha presentato un nuovo testo che manteneva in­variati i tagli, si è capito che la partita era in salita. Nel nuovo testo si andava incontro a Francia e Italia, perché si riducevano le decurtazioni alla politica agricola (di 8 miliardi) e a quella di coesione (di 10,6 miliardi), togliendo fondi ad altri capitoli (anzitutto ai grandi progetti tran­seuropei), senza però soddisfare appieno i due Paesi.
Al­lo stesso tempo, Gran Bretagna, ma anche Svezia, e O­landa, insistevano per altri 50 miliardi di tagli, la Germa­nia 30. E invece il presidente francese François Hollande definiva la riduzione totale di 80 miliardi «la soglia mas­sima ». «Alcuni Paesi volevano più fondi, altri meno. Per questo ho mantenuto la mia proposta di taglio di 80 mi- liardi», ha spiegato ieri Van Rompuy. Durissimo il premier britannico David Cameron. «Nel Regno Unito – ha detto – stia­mo tagliando il bilancio della pubblica amministrazione di un terzo, i dipendenti pubblici del 10% in due anni. E intan­to Bruxelles continua ad esistere come in un universo paral­lelo ».
La partita era anche sugli 'sconti' sul contributo all’Ue di cui godono Gran Bretagna, Svezia, Germania e Olanda. La Francia e l’Italia che non hanno scon­ti pur essendo tra i maggiori contri­butori netti, hanno definito impre­scindibile la proposta Van Rompuy di distribuire tra tutti e 27 gli oneri delle riduzioni, avversata invece da­gli interessati. Molti scommettono che alla fine Van Rompuy dovrà aumentare i tagli, ma questo mette ancora più a rischio l’accordo – obbligatorio – con il Par­lamento Europeo, che vuole lasciare intatta la proposta del­la Commissione. Senza accordo si dovrà passare all’eserci­zio provvisorio annuale fondato sul 2013. Avrebbe il vantag­gio di poter esser deciso – annualmente – a maggioranza qua­lificata. Sarebbe un modo di scavalcare la Gran Bretagna. So­lo che Londra non è da sola, e anche la Merkel vuole tenerla dentro. Per ora.
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